Politica

L’Europa si sveglia e dice sì al default «ordinato» in banca

Piano Il salvataggio di un istituto non sarà più a carico dello Stato Pagano azionisti, obbligazionisti e i depositi sopra 100 mila euro

L’Europa dà segni di vita. Travolti dalla crisi finanziaria, dal credit crunch e rimasti impassibili di fronte alla legge del rigore introdotta dalla Cancelliera Angela Merkel i governi nazionali in Europa non hanno brillato per soluzioni tempestive e radicali in grado di arginare gli tsunami che dalla finanza si sono trasmessi all’economia reale. Un solo esempio è la crisi dello spread, interrotta non certo da azioni governative coordinate da Bruxelles, ma da una frase di Draghi: «La Bce è disposta a fare di tutto per difendere l’euro». L’ultima prova di incapacità gestionale della complessità sistemica è arrivata con la crisi di Cipro. La frase del capo dell’Eurogruppo, l’agronomo olandese, Jeroen Dijsselbloem, sul prelievo notturno sui depositi bancari ha praticamente messo a repentaglio il sistema bancario così come conosciuto negli ultimi 500 anni nel mondo occidentale. Giovedì notte, dopo una lunga maratona negoziale, l’Ecofin dei ministri finanziari ha fatto un enorme passo in avanti nella realizzazione concreta di un’Europa al di sopra degli interessi nazionali. I Paesi hanno detto sì al nuovo meccanismo di fallimento ordinato delle banche. Un passaggio che rende ancora più vicina l’Unione bancaria, e cioè un meccanismo di vigilanza unica sul settore del credito di Eurolandia, ormai talmente interdipendente da non potere più essere lasciato agire in ordine sparso. Dal 2018 in poi nella zona di Eurolandia l’era delle banche salvate dagli Stati e dunque a spese di tutti i contribuenti sarà definitivamente archiviata. In base allo schema definito dall’Ecofin quando una banca entrerà in una situazione fallimentare, il salvataggio ricadrà sulla banca stessa (bail-in) e non sugli Stati (bailout) come accaduto fino a ora. In sintesi a ripartirsi le perdite saranno in prima battuta gli azionisti e i soci, poi gli obbligazionisti e una parte dei correntisti. A restare fuori dal concorso al ripianamento dei buchi di bilancio saranno tutti i depositanti con un tetto di 100 mila euro che avranno la garanzia completa. Un minimo di protezione spetterà anche alle imprese e ai grandi depositi, che saranno toccati solo in caso di grave ristrutturazione. L'intesa stabilisce una soglia minima di partecipazione di azionisti, obbligazionisti e grandi depositi alla ristrutturazione: l’8% del totale dei «passivi esigibili» della banca viene utilizzato, prima che intervengano i fondi di risoluzione. Un ulteriore 5% delle passività potrà essere coperto, con il consenso di Bruxelles, col fondo di risoluzione o altri interventi pubblici. Anche il fondo salva-Stati Esm, nato per rafforzare la cooperazione e la solidarietà in caso di default delle casse statali di un paese membro, potrà partecipare al salvataggio se gli Stati non ce la fanno (si tratta solo del via libera il principio generale per ora), ma le condizioni che alcuni vogliono imporre sono molto strette. Gli Stati europei dovranno quindi dare vita a fondi di risoluzione nazionali, finanziati da una tassa sulle banche, e che dovranno essere grandi abbastanza da coprire l’1,3% dei depositi assicurati delle loro banche. L’accordo sul meccanismo di «risoluzione» è il primo tassello del secondo passo dell’unione bancaria: il primo era la supervisione unica della Bce, il secondo è il sistema unico di «fallimento», che comprende anche il fondo unico e l'autorità unica. La Commissione Ue presenterà la proposta per il fondo unico la prossima settimana, ma sarà una battaglia ancora più dura di questa appena conclusa, perché la Germania è contraria a qualunque messa in comune di fondi. A trattare a Bruxelles per l’Italia c’era il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni che ha detto che l’accordo trovato è «un buon compromesso nella direzione dell'Unione bancaria e contribuisce a spezzare il circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario. Abbiamo costruito un sistema di tutela dei risparmiatori che combina un quadro armonizzato con la flessibilità necessaria a tener conto delle specificità nazionali». Enrico Letta ha spiegato che «l’accordo sulla direttiva sulle risoluzioni delle crisi bancarie è un passo avanti. Credo che in Consiglio potremo trovare un accordo per fare passi avanti sull’Unione bancaria». In Italia a commentare l’intesa è stato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: «Dopo l'accordo raggiunto l’Unione bancaria europea è sicuramente più vicina. Questo era uno dei pilastri più complessi da realizzare. Quella raggiunta è una soluzione equilibrata».

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