Politica

Gli sprechi del governo dei rinvii

di Marlowe - C’erano una volta le "tre streghe" che il governo aveva solennemente promesso di evitare. Eastwich non c’entra: si trattava della prima rata dell’Imu (giugno), dell’aumento dell’Iva...

C’erano una volta le "tre streghe" che il governo aveva solennemente promesso di evitare. Eastwich non c’entra: si trattava della prima rata dell’Imu (giugno), dell’aumento dell’Iva (luglio), e del debutto della Tares, la nuova tassa sui servizi urbani, a dicembre. Una legnata che avrebbe aumentato una pressione fiscale ufficiale già al 45 per cento, e secondo la Corte dei conti reale (cioè per chi paga) superiore al 53. L'acconto Imu è slittato a settembre, l’Iva ad ottobre, la Tares è sempre lì, e nel frattempo, a novembre, aumentano gli acconti Irpef, Ires, Irap sulle ritenute bancarie, senza contare quel 58,3 per cento di imposta sulle sigarette elettroniche. Poiché l’aumento Iva doveva far entrare nelle casse dello Stato un miliardo in tre mesi, questo miliardo lo paghiamo comunque noi. Eppure ricordiamo distintamente Enrico Letta definire "insopportabile" il carico delle tasse sugli italiani. E dunque? Il governo dice che si tratta di anticipi, che ciò che si paga in più a novembre non lo pagheremo nel 2014. E ci mancherebbe! Resta che l’aumento sulla seconda rata dell’Irpef, ormai a tutti gli effetti un saldo, rimarrà a quanto pare strutturale, mentre gli altri tre dovrebbero essere transitori. Il problema, però, è tanto per cambiare il metodo. Com’è possibile che le già scarse buone notizie per i contribuenti italiani si trasformino immancabilmente in fregature? Come si pensa di trasformare il rapporto tra Fisco e cittadino in quel concetto bello e moderno detto "compliance"? E, non ultimo, è così che si inizia a ridurre l' "insopportabile" peso delle tasse, se tutto si risolve in una partita di giro? Non vogliamo essere qualunquisti, ma non ha tutti i torti Renato Brunetta quando definisce opaco, "come la formula della Coca-Cola" il modo di agire del ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni. Può darsi che il capogruppo del Pdl abbia sbagliato i toni, tanto più parlando al Financial Times; e sparare su un tecnico è più facile che prendersela con il capo del governo delle larghe intese. Ma la sostanza non cambia. Di Saccomanni e della Banca d'Italia dalla quale provengono ricordiamo decine di moniti e rapporti a tagliare la spesa anziché coprire le riduzioni di imposte con altre tasse. La spesa pubblica ammonta a 801 miliardi, e di questi almeno 300 non vanno a finanziare servizi essenziali (poi ci sarebbe da discutere sulla loro qualità), bensì a mantenere la macchina dell'amministrazione ed i consumi intermedi. Cioè le spese per alimentare la spesa. Era impossibile cogliere l’occasione per un taglietto da un miliardo, lo 0,12 per cento della spesa totale, lo 0,33 di quella "comprimibile"? In che cosa e quando la si può allora comprimere? Per non parlare di quella percentuale, l'uno per cento della spesa pubblica, che da sola produrrebbe otto miliardi l’anno, quanto basta a eliminare stabilmente Imu e rincaro Iva. Vogliamo davvero credere che si sarebbero chiusi asili nido, spenti i lampioni, soppresse stagioni teatrali, bloccati centri di ricerca? Non scherziamo. Dunque la domanda che tutti noi abbiamo il diritto di porre al governo è: che fine hanno fatto quei risparmi che anni a questa parte chiamiamo pomposamente "spending review"? Quei sussidi alle imprese ai quali le stesse aziende hanno detto di voler rinunciare, in quanto inutili e dispersi chissà dove? L'economista Francesco Giavazzi aveva quantificato in 30 miliardi gli aiuti inutili, addirittura dannosi, comunque tagliabili: perché non se ne parla più? Per non dire delle province, dove siamo al ridicolo. Ma il vero problema è addirittura un altro. Finora il governo è andato avanti su una linea che definire minimalista è dir poco. Rinvii, annunci. Non ha impostato nessuna riforma vera: né del fisco né del lavoro (non basta qualche spicciolo per gli under 29) né appunto della spesa. Nulla su quella fonte di sprechi, o peggio, che sono le aziende locali. Si dirà che per le riforme occorrono soldi: ma visto che siamo la patria dei tecnici e delle commissioni, perché non cominciare a lavorarci in vista del mitico 2014? L’epoca del denaro a basso costo sta per finire: e se qualcuno dirà che l’Italia non ha approfittato della tregua per fare le due o tre cose necessarie a cambiare le cose, non si potrà dargli torto. Neppure se fosse Angela Merkel.

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