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Ruby, Mondadori e caso De Gregorio Il terremoto dei pm

Non saranno quattro giorni facili per Silvio Berlusconi. Da oggi a giovedì il Cavaliere aspetta il responso di ben tre filoni processuali che la mano del caso ha voluto «addensare» nella stessa...

Non saranno quattro giorni facili per Silvio Berlusconi. Da oggi a giovedì il Cavaliere aspetta il responso di ben tre filoni processuali che la mano del caso ha voluto «addensare» nella stessa settimana: nel pomeriggio la sentenza dell’inchiesta Ruby, giovedì l’esito del ricorso sui 560 milioni di euro che il leader Pdl deve versare a Carlo De Benedetti per la vicenda del lodo Mondadori e infine, sempre il 27, i giudici napoletani si dovranno pronunciare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’accusa di compravendita di senatori nel 2006, all’epoca dell’ultimo governo Prodi. Passaggi dai quali il Cavaliere non si aspetta nulla di buono, anzi. L’idea è che la magistratura gli stia lentamente facendo terra bruciata intorno per costringerlo a lasciare la politica. Mi vogliono fare fuori per via giudiziaria, continua a ripetere in questi giorni a tutti quelli che lo incontrano, sappiamo tutti cosa è il tribunale di Milano. Ma le vicende giudiziarie del Cav fanno inevitabilmente «ballare» anche il governo. Perché se l’ex premier non vorrebbe legarne la prosecuzione agli assalti giudiziari cui è sottoposto, l’ala dei falchi del Pdl è solo in cerca di un pretesto per far saltare il tavolo e tornare a votare. Accettando magari anche il rischio di finire all’opposizione se Giorgio Napolitano decidesse di non sciogliere le Camere e di lasciare aperta la possibilità di un governo a trazione tutta a sinistra con i Cinque Stelle e Sel di Nichi Vendola. Le parole con cui in questi giorni Enrico Letta ha cercato di tranquillizzare il Pdl con il rinvio dell’Iva sembrano infatti dettate più che altro a dare una mano ad Angelino Alfano, il punto di riferimento delle «colombe» del partito, costretto a fare la voce grossa con il governo per tenere a bada i «falchi». Il vero snodo ci sarà mercoledì con il consiglio dei ministri in cui si deciderà cosa fare sull’aumento dell’imposta. Nel frattempo occhi puntati oggi pomeriggio sulla sentenza del caso Ruby in cui Berlusconi è accusato di prostituzione minorile e concussione. Per quanto riguarda il primo capo di imputazione i giudici dovranno stabilire se il processo ha provato la consapevolezza della minore età di Ruby da parte di Berlusconi e che i due abbiano compiuto «atti sessuali tra il 14 febbraio e il 2 maggio 2010», come indicato nel capo d'imputazione. Entrambi questi elementi devono essere presenti perché possa essere riconosciuta la colpevolezza in base all'articolo 600 bis del codice penale. Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne? Nella prospettiva dell'accusa, che invoca una «prova logica», non è credibile che Fede e Mora non abbiano comunicato all'uomo a cui erano legati da un vincolo di «fedeltà assoluta» che Ruby aveva 17 anni: il giornalista perché l'aveva appreso al concorso di bellezza a Taormina dove conobbe la ragazza, il talent scout per averla ingaggiata nella sua scuderia. La difesa ribatte facendo notare che, secondo molti testimoni, la ragazza dimostrava ben più di 18 anni. Per quanto riguarda il reato di concussione il fatto storico è certo: la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010 Berlusconi telefonò in Questura e chiese e ottenne di far affidare Ruby a Nicole Minetti. Il punto è capire se questo comportamento realizzi il reato di concussione, anche e soprattutto alla luce della nuova legge introdotta dal Governo Monti. Un'interpretazione della norma, tra le varie emerse in attesa che si pronuncino le Sezioni Unite, terrorizza Boccassini. Non sarebbe più punibile, come con la vecchia legge, la pressione implicita e allusiva quale appare quella dell'ammiccante presidente del Consiglio che telefona in piena notte in Questura per convincere i poliziotti ad affidare Ruby alla Minetti. Poiché ora è punito anche chi riceve le pressioni ma le pressioni devono essere esplicite. I poliziotti, intervenuti la sera tra il 27 e il 28 maggio 2010 e sentiti durante il processo, hanno sottolineato la «normalità» del loro operato, spiegando di avere agito indipendentemente dai «consigli» dell'allora capo del Governo. A favore di Berlusconi, anche la testimonianza del Procuratore dei minori, Monica Frediani, che ha rivendicato la regolarità delle procedure adottate concluse con l'affidamento alla Minetti. Di contro, ci sono le parole del pm dei Minori Annamaria Fiorillo, che in aula ha raccontato di avere disposto l'affidamento di Karima a una comunità e che i poliziotti, rilasciandola, violarono le sue disposizioni. Per Boccassini, i tabulati telefonici e la sequenza delle chiamate ha dimostrato che «chi intervenne in Questura non poteva certamente ignorare che quella minore era da ricondurre nella sfera personale del premier».

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