Politica

Il cavaliere tra falchi e colombe

di Francesco Damato - Le correnti nel Pd si sprecano. Neppure il segretario reggente Guglielmo Epifani riesce forse a tenerne il conto nella preparazione del congresso. Nel Pdl invece le correnti,...

Le correnti nel Pd si sprecano. Neppure il segretario reggente Guglielmo Epifani riesce forse a tenerne il conto nella preparazione del congresso. Nel Pdl invece le correnti, che sembravano anch'esse moltiplicate l'anno scorso, quando Silvio Berlusconi apriva e chiudeva, secondo il giorno e le ore, alle primarie per la sua successione, sembrano essersi ora ridotte a due. Da una parte ci sono i falchi, delusi dalla maggioranza e dal governo delle cosiddette larghe intese e smaniosi di tornare alle urne, come se la chiave delle elezioni anticipate fosse nelle loro mani e non in quelle del presidente della Repubblica, per nulla tentato dall'idea di usarla, incline piuttosto a dimettersi se qualcuno cercasse di forzargli la mano. Dall'altra ci sono le colombe, convinte forse più realisticamente che la prosecuzione del governo guidato da Enrico Letta sia utile anche al loro partito, e non solo al Paese. I confini tra falchi e colombe non sono ben definiti. Essi variano continuamente. Basta un aggettivo, un'allusione, persino un silenzio per trasformare un falco in colomba e viceversa. Ad Angelino Alfano, per esempio, che pure dovrebbe essere considerato la prima colomba del Pdl per il suo triplice ruolo di segretario del partito, vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, è capitato in questi giorni di essere avvertito come un falco, redarguito più o meno esplicitamente dal collega di governo Dario Franceschini, per avere reclamato il rispetto degli impegni sulla rinuncia all'aumento dell'Iva, in arrivo il primo luglio, e sull'abolizione vera, non la sospensione in corso, dell'Imu sulla prima casa. Solo Eugenio Scalfari, una volta tanto colomba nel campo della sinistra che pende ogni domenica dalle sue indicazioni e interpretazioni, ha attribuito ad Alfano non chissà quali disegni di rottura e di sfascio, magari sobillato direttamente dal Cavaliere, ma solo l'innocente, comprensibile e scusabile bisogno di "schiarirsi l'ugola con qualche colpo di tosse". In questa rappresentazione della politica, per rimanere fra i volatili ma spostandosi altrove, passando cioè dal Pdl al Pd, e non solo alla sinistra vendoliana e naturalmente ai grillini, manca generalmente la voglia di soffermarsi sugli avvoltoi. Che pure non mancano e volteggiano sul solito Berlusconi. Del quale desiderano, anzi pregustano, condanne giudiziarie di ogni grado e persino un verdetto politico di ineleggibilità al Senato, nella speranza di potersene finalmente liberare o come scomodo alleato di governo, nel Pd e forse anche fra i centristi pur divisi tra Mario Monti e Pier Ferdinando Casini, o come altrettanto scomodo avversario, nell'opposizione di sinistra che conta di tornare in gioco anche a livello nazionale, una volta uscito il Pd dalla "gabbia" berlusconiana, come la definisce Nichi Vendola. Di certo, è inutile negarlo, gli avvoltoi non sono mai apparsi così vicini alla preda. Il calendario delle pendenze giudiziarie del Cavaliere è davvero stringente, peraltro aggravato dal recentissimo verdetto della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento. Che potrebbe spianare la strada alla conferma definitiva, da parte della Cassazione, dei quattro anni di carcere e cinque di interdizione comminati in primo e secondo grado a Milano per presunta frode fiscale sui diritti televisivi di Mediaset. Una frode risibile, oltre che presunta, di fronte ai milioni e miliardi di euro pagati al fisco da Berlusconi e dalle sue aziende. In attesa della tappa finale del processo sui diritti televisivi, già oggi potrebbe essere servita agli avvoltoi la condanna del Cavaliere, in prima istanza, e sempre a Milano, per concussione e prostituzione minorile. Giovedì in Cassazione, a Roma, la conferma definitiva del mezzo miliardo abbondante di euro già versato a Carlo De Benedetti per il cosiddetto lodo Mondadori. E a Napoli, sempre giovedì, il rinvio a giudizio per una presunta corruzione avvertita stranamente da un senatore allora del Pdl, con tanto di interrogatorio in Procura, solo dopo essersi vista negata la ricandidatura nelle ultime elezioni. Un numero, questo dei processi al Cavaliere, che da solo autorizza a parlare di accanimento giudiziario, peraltro in un clima talmente tossico da indurre giustamente Giampaolo Pansa a chiedersi ieri, sconfortato, se un giudice potrà mai trovare il coraggio di "incappare", con un'assoluzione, "nella disapprovazione astiosa della propria consorteria". In questo dubbio c'è tutta l'oscenità della situazione.

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