Le dimissioni dalla magistratura finalmente annunciate da Antonio Ingroia, che le formalizzerà martedì, chiudono una storia a dir poco penosa per le istituzioni. Nelle pieghe delle cui regole è stato possibile assistere per troppo tempo ad una commistione incredibile di azione politica e giudiziaria, anche se l'ex procuratore aggiunto di Palermo ha sempre rifiutato questa rappresentazione assegnandosi un ruolo che, secondo lui, poteva ben racchiuderle. Il ruolo di "partigiano della Costituzione", in difesa della quale egli ha ritenuto di potere fare indagini, chiedere arresti, promuovere intercettazioni e contemporaneamente partecipare a congressi veri e propri di partito o salire sui palchi, in piazza, per arringare folle raccolte attorno a bandiere rosse. E se sono mancati appuntamenti sotto vessilli di altro colore, ciò sarebbe avvenuto solo per le solite propensioni altrui alla discriminazione. Se fosse dipeso da lui, sarebbe anche andato non dico alle cene di Arcore, ma di sicuro alle convenzioni berlusconiane prima di Forza Italia e poi del Pdl. Dove forse avrebbe potuto contare, in effetti, sull'interesse e sugli applausi di Gianfranco Fini e degli amici, prima della loro rottura con il Cavaliere sui temi della "legalità". Ah, cosa siamo riusciti a perderci. Nell'annunciare una dolente rinuncia alla toga, Ingroia ha voluto appuntarsi sul petto, come medaglie, le sue celebri inchieste di mafia, l'ultima delle quali si è tradotta nel processone di Palermo sulla presunta "trattativa" in cui si vorrebbe assegnare un opaco ruolo di teste anche al capo dello Stato, già intercettato "casualmente" al telefono con uno dei dieci imputati durante le indagini. Ma il medagliere vantato da Ingroia è incompleto. Gli spettano medaglie al merito anche per gli effetti finali del suo modo di concepire e di fare il magistrato: il rifiuto del Consiglio Superiore della Magistratura, del sindacato delle toghe e persino della sua corrente di assecondarlo ancora. E il rifiuto degli elettori di mandarlo alle Camere nelle elezioni di fine febbraio con la sua "Rivoluzione civica". Un rifiuto che ci ha anche risparmiato la conferma parlamentare, fra gli altri, di Antonio Di Pietro. Sono risultati che in qualche modo compensano fortunatamente abusi e distorsioni precedenti.
Il medagliere di Ingroia
di Francesco DamatoLe dimissioni dalla magistratura finalmente annunciate da Antonio Ingroia, che le formalizzerà martedì, chiudono una storia a dir poco penosa per le istituzioni. Nelle pieghe...