Il dilemma di Beppe Grillo - accerchiato dalle insofferenze di alcuni dei suoi eletti che vorrebbero mandargli un bel vaffa e staccarsi da lui e dal Movimento 5 Stelle - è quello se farsi o no Duce del proprio movimento, magari trasformandolo in partito. Un dilemma annidato - badate bene - non nel significato politico scontato e falso che il grillismo debba farsi autoritarismo per sopravvivere ai ribelli che lui stesso ha portato in Parlamento facendoli eleggere (come tutti i movimenti carismatici insofferenti, per loro stessa natura alla democrazia interna): no, questo no! Semmai un interrogativo da leader, essendo Grillo un sincero democratico, nella battaglia sulla metamorfosi del suo movimento per mantenerlo vitale; un destino contraddittorio e naturale per le formazioni politiche cresciute anarchiche nella loro struttura ma destinate a diventare altro, una volta alle prese con consensi di voto inaspettati e da oltre il 20%. In questo Grillo, da diverse ore preso a fare i conti con le Gambaro e altri che vorrebbero sganciarsi dalla sua centralità politica, incanalata nel web e nella linea che lui traccia quotidianamente, non può non dirsi mussoliniano. Non perché sia eversore della democrazia - figuriamoci! - ma perché come Benito Mussolini negli anni 1920-21si trova alle prese con la più difficile decisione che un leader politico debba prendere: cosa fare per non farsi sfilare dai sottoposti, dai poteri regionali e altro ancora il movimento? Grillo ha davanti a sé due strade: o lascia che i 5 Stelle diventino un movimento da poco più del 10%, facendo uscire i dissidenti e gli emiliani arrabbiati oppure fa come fece Mussolini nel 1921 per domare il fascismo agrario che, nelle sue intemperanze gli stava sfuggendo al controllo: trasforma il movimento in partito. In un articolo dell'agosto del 1921 intitolato Nelle file Mussolini scriveva: "Tutto quello che è accaduto in questi ultimi tempi è una piccola commedia politica che si innesta ad una grande tragedia nazionale e umana, il che dà motivo di profonda malinconia. Dopo il voto la posizione di coloro - specie dirigenti - che hanno agito in senso pacifista è diventata impossibile, poiché sono stati squalificati in pieno, senza remissione, senza nemmeno ammettere in loro un po' di quella buona fede che si riconosce talvolta nei peggiori avversari; squalificati da un convegno che doveva essere regionale e interregionale e al quale chi scrive - l'accusato - non fu nemmeno ufficiosamente o privatamente invitato". Mussolini con questo articolo sul Popolo d'Italia, dice che lascerà la guida del fascismo, un movimento che forze decentrate e non nazionali - contrarie al patto di pacificazione coi socialisti proposto proprio da Mussolini - gli stanno sfilando di mano. L'articolo si chiude in modo inequivocabile: "Chi è sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti". Il risultato sarà che essendo Mussolini la sintesi stessa del movimento dei Fasci lo faranno restare proprio i ribelli: lo pregheranno di rimanere per non far andare a puttane una storia politica. Mussolini era il fondatore, l'anima e l'unico presentabile dei Fasci per tentare di conquistare il Potere. Per questo, dopo la bocciatura del patto di pacificazione coi socialisti, un'apparente sconfitta si muterà in vittoria perché Mussolini trasformerà con il congresso del novembre del 1921, all'Augusteo, il fascismo movimento in partito, ricreando all'interno una atmosfera di almeno apparente unità ma soprattutto prendendosi in mano un nuovo strumento - il partito appunto - alla guida del quale entro un anno darà la scalata al potere. Ora fatte le debite distinzioni - Grillo è democratico e non fascista ed i grillini dissidenti non sono gli agrari - un punto di similitudine resta incalzante: nella storia dei movimenti politici lo stato nascente non è eterno e le sue modalità dinnanzi alla crescita di consenso ed alle mutazioni della struttura non possono restare immutate. Perciò il dilemma che riguarda Grillo è anzitutto una domanda politica: avrà la forza per mantenere le redini del suo movimento, senza farselo sfilare e magari mutandolo in partito, sull'onda del proprio carisma? Non ce la dovesse fare o non gli andasse, il rischio sarebbe la frantumazione dei 5 Stelle. Come scrisse Mussolini nel 1922, sull'entusiasmo dei successi fascisti: "Siamo troppo conoscitori del mondo e dei suoi poco simpatici abitatori per ritenere che tutte le reclute del fascismo siano animate da motivi solo ideali. C'è anche fra di noi la zavorra". Gettarla senza farsi duce, mantenendo il controllo del suo 5 Stelle e la carica libertaria, è la sfida di Grillo. Che -paradosso dei paradossi - per non farsi fregare sarà costretto in futuro ad essere un po' (soltanto un po', non si spaventi!) mussoliniano.
Il destino mussoliniano di Grillo
Il dilemma di Beppe Grillo - accerchiato dalle insofferenze di alcuni dei suoi eletti che vorrebbero mandargli un bel vaffa e staccarsi da lui e dal Movimento 5 Stelle - è quello...