Politica

Il rinnovamento del Pdl sia totale

di Giuseppe Sanzotta - Può sembrare un paradosso, ma se, nelle recenti elezioni politiche, Bersani non avesse perso per strada un 7-8 per cento dei consensi avrebbe forse fatto un piacere, oltre che...

Può sembrare un paradosso, ma se, nelle recenti elezioni politiche, Bersani non avesse perso per strada un 7-8 per cento dei consensi avrebbe forse fatto un piacere, oltre che al suo partito, anche al Pdl. Questo perché quel sostanziale pareggio ha nascosto una crisi profonda dello schieramento di centrodestra. Si è alimentata l'illusione che Berlusconi conservi la forza e la capacità di contrastare e battere gli avversari sempre e ovunque. Quindi, lunga vita al Cavaliere. La realtà è più complessa e forse meno rosea. Indubbiamente Berlusconi è il solo che sa interpretare l'umore dell'opinione pubblica, che sa richiamare a votare per lo schieramento moderato quella parte del paese sfiduciata verso la politica, forse anche disgustata, meno politicizzata, scettica nei confronti dell'Euro. Per intenderci quegli italiani che non sperimentano nuovi schieramenti, ma semplicemente non votano. Berlusconi nel 2006 e nel 2008 è riuscito a portarli alle urne ottenendo la loro fiducia. Anche stavolta, pur in misura minore, c'è riuscito con promesse facilmente comprensibili e condivisibili: via l'Imu, no all'aumento dell'Iva, tagli alla politica. Non solo, ma tra i leader è stato il più euroscettico, certamente il più critico nei confronti di Bruxelles e soprattutto della Germania. Suo il merito di aver rimesso in corsa un Pdl sfiduciato e quasi rassegnato alla sconfitta. Ma, e questo è il problema, la rimonta ha portato lo schieramento sotto il 30 per cento; utile per pareggiare grazie al suicidio dell'avversario, ma sicuramente un tetto assolutamente insufficiente per vincere anche in seguito. Soprattutto perché è difficile pensare che l'indice di popolarità e di fiducia del Cavaliere possano ulteriormente aumentare, per ragioni anagrafiche e perché con il passare degli anni l'immagine tende inevitabilmente a scolorirsi e le promesse rischiano di divenire sempre meno credibili. Al voto amministrativo il Pdl ha conosciuto la sconfitta, forse la più amara e la più allarmante della sua storia. Astensionismo e divisioni della sinistra oltre al crollo di Grillo non possono essere alibi, altrimenti il rischio che corre oggi questo schieramento è lo stesso del fronte moderato nel 1993: la disgregazione e la marginalizzazione. Allora ci fu una rabbiosa reazione organizzata da Berlusconi che fece un miracolo politico. Ma oggi c'è un personaggio simile? Ritengo di no e confidare nel miracolo sarebbe quanto di peggio si possa fare. La crisi è profonda e la cura non può che essere radicale. Pensare che gli astenuti possano essere convinti con programmi rinnovati, che alle amministrative talvolta sono stati sbagliati i candidati, che storicamente il doppio turno favorisce la sinistra, sarebbero solo pericolosi alibi. Il fatto vero è che a destra non c'è un leader oltre Berlusconi, non che non ci siano personalità capaci di esserlo, è che non possono esercitare questo ruolo. Un partito non può essere legato a un solo uomo anche se di grandissimo valore, ha bisogno di battaglie interne, anche di scontri di idee, di confronti culturali e programmatici. Poi deve avere la capacità della sintesi. Solo così si radica come partito o movimento che può conoscere vittorie e sconfitte, ma nessun disastro elettorale può metterne in dubbio l'esistenza. Ecco perché la trasformazione del Pdl deve essere radicale, profonda, non può essere un ritocchino facile da fare in poco tempo. Per avere successo deve essere un confronto vero per dar vita a una forza rinnovata. C'è bisogno di dirigenti capaci di autonomia e giudicati non per il grado di fedeltà al Cavaliere, che anzi dovrebbe favorire questo ricambio per garantire un futuro alla sua creazione politica. Inoltre c'è una parte della Destra, quella storicamente proveniente da An o dal Msi che rischia di disperdersi in mille rivoli, in contrapposizioni tra nani politici. Si scontrano vecchi rancori più che idee mentre dovrebbero lavorare per favorire un’alleanza tra una destra sociale e un centro moderato. Potrebbe essere una forza politica moderna veramente riformista soprattutto se saranno portate a termine le riforme costituzionali invocate da tutti. La coesione deve essere cementata dai programmi, dalla credibilità dei progetti e dagli uomini non cercando rifugio in valori astratti, quasi un retaggio ideologico del novecento. Non serve santificare la famiglia se poi non c'è una politica concreta di aiuto, scuole con orari compatibili per le donne lavoratrici, asili nido. Comunque per il centrodestra non è più il momento di vivacchiare, di sperare negli errori altrui o di affidarsi ciecamente a un solo uomo al comando. Il rinnovamento deve essere coraggioso perché dietro l'angolo non c'è un nuovo Berlusconi. Il Paese ha bisogno di due poli che si contendano democraticamente la guida dei governi. Uno ammaccato, forse diviso, comunque nel momento del voto c'è. Per l'altro è arrivato il momento aprire il cantiere.

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