Si inizia con il giovane Giorgio Napolitano che, insieme agli amici Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Luigi Compagnone, discute «a ruota libera» di libri, musica e legge il «Manifesto dei comunisti» pubblicato in calce alla «Concezione materialistica della storia» di Antonio Labriola. E si finisce con Giorgio Napolitano, alla soglia dei suoi 88 anni, «costretto» ad accettare la ricandidatura al Colle. In mezzo poco più di un’ora di intervista-racconto che il Capo dello Stato concede ad Eugenio Scalfari e di cui, già nei giorni scorsi, erano stati anticipati dei passaggi. Ieri il filmato integrale è stato trasmesso nel corso del festival «La Repubblica delle idee» organizzato a Firenze dal quotidiano diretto da Ezio Mauro. Al di là del lungo excursus storico, sono ovviamente i passaggi dedicati all’attualità che catalizzano l’attenzione dei presenti. «Al momento delle prime fumate nere - spiega Napolitano - era chiaro il senso dell’impotenza parlamentare ed istituzionale e allora ho detto di sì per senso delle istituzioni, perché ho ritenuto si dovesse salvaguardare la continuità istituzionale». «Abbiamo vissuto un momento terribile - prosegue - in cui ci si domandava se l’Italia avrebbe avuto un governo, nelle condizioni in cui è il Paese. E abbiamo assistito a qualcosa cui non avevamo assistito nel passato. Io ho partecipato a tante elezioni di presidenti della Repubblica da deputato e ce ne sono state di molto combattute. Pertini, a schiacciante maggioranza, fu eletto al sedicesimo scrutinio. Leone, con un Parlamento spaccato in due, al ventitreesimo. Ma non si è mai avuto quel senso dell’impotenza parlamentare e istituzionale». «Sono stato quasi costretto ad accettare la candidatura a una rielezione o a una nuova elezione come presidente della Repubblica - prosegue -, essendo profondamente convinto di dover lasciare. Ma le ragioni per cui non potevo non accettarla sono note. Salvaguardare la continuità istituzionale non significa conservare l’esistente. In questo momento io sono per le riforme. Io sono per le riforme che devono essere nella maggior misura possibile concordate». Certo, Napolitano sa bene che nella strana maggioranza che sostiene il governo Letta sopravvivono antiche divisioni, ma non se ne scandalizza. «Un’alleanza politica - sottolinea - è sempre un’alleanza a termine, in modo particolare quando è un’alleanza eccezionale come lo è quella attuale. Adesso il problema è di far vivere questo governo per un’esigenza minima di stabilità istituzionale e direi quasi di sopravvivenza istituzionale e del Paese e poi ognuno riprenderà la sua strada». Quindi rilancia un suo vecchio cavallo di battaglia: «Anzichè gridare sui giornali ognuno la sua verità, il suo modello, bisogna creare le condizioni, anche con una certa discrezione, per un’intesa per una nuova legge elettorale, indipendentemente dai correttivi urgenti che possa suggerire la Corte Costituzionale. Bisogna trovare il consenso più largo sulla legge elettorale senza sventolare ciascuno la sua bandiera». «Se ognuno adesso sventola la sua bandiera - insiste -, io non sono intenzionato a rivivere l’incubo di quei mesi durante i quali nella commissione Affari costituzionali del Senato si è pestata l’acqua nel mortaio e non si è stati capaci di partorire nessuna riforma elettorale avendo tutti i partiti giurato che bisognava farla». Infine un avvertimento a chi, ormai quotidianamente, discute e si divide sulla possibile durate dell’esecutivo guidato da Letta: «Mi si permetta di dire che a circa 40 giorni dall’investitura del governo vedo serpeggiare la preoccupazione che questa alleanza possa durare troppo, anzi, per l’eternità: francamente sono un po' sbalordito».
«Prima le riforme Poi a ognuno la propria strada»
Si inizia con il giovane Giorgio Napolitano che, insieme agli amici Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Luigi Compagnone, discute «a ruota libera» di libri, musica e legge...