Politica

Riforma elettorale prima di tutto

È deciso. Tra diciotto mesi avremo la nuova Costituzione. Questo il tempo che si è dato il governo: se non dovesse riuscirci dichiarerà fallita la missione e la Grande Riforma ritornerà "in sonno"....

È deciso. Tra diciotto mesi avremo la nuova Costituzione. Questo il tempo che si è dato il governo: se non dovesse riuscirci dichiarerà fallita la missione e la Grande Riforma ritornerà "in sonno". Il ministro Gaetano Quaglieriello e il premier Enrico Letta, sono impegnati nello sforzo che si profila politicamente immane. La "Costituzione più bella del mondo", soprattutto nelle file della sinistra, ha tetragoni difensori che di fronte alla prospettiva di cambiare una sola virgola sono disposti a fare le barricate. A parte grillini, vendoliani e comunisti assortiti, non si può non tenere conto di autentici centri di formazione dell'opinione pubblica che remano contro, come il quotidiano "La Repubblica", il gruppo di "Micromega" e personalità quali Rodotà, Zagrebelsky e Barbara Spinelli. Quest'ultima ha addirittura accusato Napolitano, sul "Fatto quotidiano", di aver introdotto di soppiatto un presidenzialismo morbido e, dunque, di aver sostanzialmente stravolto il dettato costituzionale. Prima dell'intemerata pubblicata giovedì sul quotidiano di Padellaro, aveva scritto in un editoriale sul giornale di De Benedetti producendosi in un ardito paragone tra quanto sta accadendo in Italia e il clima nel quale venne varata la Costituzione di de Gaulle che, dice la Spinelli, "nacque per adattarsi a lui - l'uomo che da solo era entrato in Resistenza, nel 1940 - non per servire un capopolo stile Berlusconi, che non sopporta il laccio di leggi e costituzioni". Ecco il nervo scoperto. Il terrore che il Cavaliere al Quirinale offuschi le istituzioni repubblicane e si comporti da tiranno come la sinistra giacobina pensa. Il guaio è che lo pensano in molti anche nel Pd. Si capisce che se la nuova Costituzione non sancirà l'elezione diretta del capo dello Stato, tanto vale lasciar perdere. Questo è il rischio più grande che si corre ed è inutile nasconderselo. Il "cronoprogramma" della Grande Riforma fissato da Quaglieriello, infatti, potrebbe subire battute d'arresto se prima non verranno risolti i problemi politici che stanno a monte di quelli "tecnici". E in primo luogo quello che riguarda le intenzioni del Pd di procedere speditamente a una revisione costituzionale che non si traduca in una banale risciacquatura dell'attuale. Vogliamo, nonostante tutto, credere nella fiducia che il ministro ripone nei saggi nei Comitati, nelle Commissioni e nel Parlamento (quanto sarebbe stato più semplice e trasparente e meno macchinoso il tutto se si fosse varata ad un'Assemblea costituente) ed attendiamo con ansia la prima lettura in una delle due Camere alla fine di maggio, per poi festeggiare a ottobre dell'anno venturo il voto definitivo. Ma se così non andasse, se il congresso del Pd si mostrasse di avviso diverso, se la maggioranza andasse in frantumi sugli ostacoli posti da alcuni democrat sulla strada delle riforme, se Renzi un giorno possibilista, un altro scettico, un altro ancora contrario, non permetterà ai suoi di votare in favore di una Costituzione di impostazione "presidenzialista" che lo vedrebbe soccombente se si presentasse come candidato al Quirinale, mentre sarebbe maggiormente alla portata Palazzo Chigi, dunque premier di un esecutivo parlamentare, che cosa accadrebbe? Le elezioni sarebbero inevitabili. Ma, si dice, non con la vigente legge elettorale, dichiarata peraltro incostituzionale dalla Consulta nella parte in cui non viene prevista una soglia di sbarramento per attribuire il premio di maggioranza. E allora, perché non procedere prima all'approvazione di una normativa che soppianti il Porcellum e poi, tanto per stare tranquilli, andare avanti con il resto? Poco male se diciotto mesi dovessero diventare venti. È qui che l'incaglio può manifestarsi in tutta la sua pericolosità. Perciò ritenere la legge elettorale prioritaria - e non c'è scampo: o il Mattarellum o il doppio turno alla francese - significherebbe mettere al riparo, per quanto possibile, il processo riformista. Ma da questo orecchio sembra che siano in tanti a non sentirci. Se il processo riformista si paralizza, non osiamo neppure pensare alle conseguenze. Il minimo sarebbe un governo impotente, le Camere morte e un capo dello Stato impossibilitato a indire nuove elezioni per non far nascere un Parlamento che verrebbe dichiarato illegittimo. Scenario da incubo. Tuttavia verosimile, purtroppo.

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