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Merkel, il nemico gioca in casa

Che cosa c'è dietro il brusco invito di Silvio Berlusconi ad "ingaggiare un braccio di ferro con Angela Merkel"? Molti ci vedono la tentazione di minacciare l'uscita dall'euro. Interpretazione...

Che cosa c'è dietro il brusco invito di Silvio Berlusconi ad "ingaggiare un braccio di ferro con Angela Merkel"? Molti ci vedono la tentazione di minacciare l'uscita dall'euro. Interpretazione smentita da Angelino Alfano, vicepremier e segretario del Pdl, pare su richiesta di Enrico Letta che il 14 giugno incontra a Roma proprio la Merkel, Francois Hollande e Mariano Rajoy. La verità è che il Cavaliere, come moltissimi altri che non lo dicono - compresi vari esponenti della sinistra - è sempre più anti-euro; ma al tempo stesso sa che la via d'uscita non esiste. E che quindi si può solo agire politicamente sulla Germania, senza troppe illusioni perché i tedeschi votano a settembre e l'ultima cosa che vogliono è farsi dare la linea, nonostante che loro la impongano costantemente agli altri. Esempio di tutto questo è l'intervento di Mario Draghi di giovedì. Il presidente della Bce, non avendo detto nulla, ha provocato un immediato calo delle borse e un rialzo degli spread. Mentre la prima inzialmente ha penalizzato soprattutto l'Italia, il secondo ci ha danneggiato meno di altri: ieri il differenziale dei Btp è sceso rispetto alla Spagna, alla Francia, addirittura ai quasi 50 punti percentuali della Finlandia. Peccato che lo spread italiano sia a 264, quello finlandese a 36. E chissà a quale livello saremmo se la Bce non comprasse i nostri titoli. Resta il fatto che la vera trappola dell'euro è che l'uscita non è prevista: neppure la Grecia se n'è andata o è stata buttata fuori. Certo, in democrazia (più o meno) se uno stato decide di cambiare moneta, alla fine non si può impedirglielo. Bisognerebbe però impostare a tavolino, fin da ora, una strategia non inferiore a dieci anni, iniziando a legarci subito a un'altra valuta - la più congeniale sarebbe la sterlina perché la Gran Bretagna ha un'economia complementare alla nostra - in modo da ammortizzare la svalutazione secca di patrimoni, capitali e risparmi che il semplice ritorno alla lira comporterebbe, e che non sarebbe bilanciato dalla svalutazione in termini di export. Non solo. In questo periodo dovremmo restituire i debiti pubblici e privati contratti in euro, osservare un programma economico che farebbe impallidire quello di Monti, dotarci di una classe politica che, destra o sinistra, lo sostenga. Impossibile. Meglio forse cercare di cambiare l'euro dal di dentro. Cosa quasi altrettanto complicata, almeno per ora. E l'effetto-Draghi lo dimostra. Undici mesi fa, con la dichiarazione di Londra «La Bce farà di tutto per difendere l'euro, e sarà abbastanza» la speculazione si spaventò, i Btp rifiatarono e noi abbiamo risparmiato miliardi d'interessi. Ora il presidente dell'Eurotower fa temere di avere esaurito le munizioni. E forse è così: per esempio la Corte di Karlsruhe ha messo sotto indagine gli acquisti di Btp e Bonos spagnoli per vedere se sono in linea con la costituzione tedesca. Ha il diritto di farlo: la Germania continua implacabilmente a difendere i suoi interessi (altro diritto); mentre Italia, Francia e Spagna non si sono neppure sognate di sottoporre il fiscal compact al vaglio costituzionale. Nel frattempo di fronte a una Bce disarmata la quantità di capitali sui mercati ha raggiunto i 740 mila miliardi di dollari, più della bolla del 2007. Le altre banche centrali possono fronteggiare la minaccia con la deterrenza, cioè stampando moneta e garantendo i titoli. La Bce non può farlo né la Ue può emettere eurobond. Molti esperti sostengono che i problemi non si risolvono con la politica monetaria: quella è solo la Croce rossa. Servirebbero azioni davvero "europee" dei governi. Basta però guardare allo scontro durissimo tra Fondo monetario e Bruxelles (quindi ancora la Germania) sulla linea ultrarigorista sbagliata seguita per la Grecia, e di conseguenza per l'Italia. È la seconda volta che il Fmi, normalmente nido di falchi, fa autocritica sull'eccesso di austerity, ed è la seconda volta che l'Europa targata Berlino alza le spalle. In che cosa si può sperare? Nel fatto che la crisi comincia a mordere l'economia tedesca, come ha certificato la Bundesbank tagliando le stime di crescita di questi due anni. Intendiamoci, per noi sarebbe grasso che cola. Ma la struttura economica della Germania, basata sui redditi, è diversa da quella italiana, basata sui patrimoni: l'effetto è che anche un temporaneo rallentamento si riflette immediatamente sul tenore di vita. Tutto questo condizionerà il voto di settembre? Gerhard Schroeder ci rimise la poltrona. La Merkel per ora è in sella.

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