di Marlowe Nel piagnonismo nazionale che accompagna e complica una crisi già grave per proprio conto, la Cgil ha deciso di portarsi avanti. Il suo recente studio, opera dell’Ufficio economico di Corso Italia (Il Tempo del 2 giugno), stima infatti che per uscire dalla disoccupazione attuale occorreranno 63 anni. In pratica si può sperare di farcela nel 2076. Invece quanto a recuperare i precedenti salari reali, la risposta è: mai. Il tutto incrociando una serie di variabili che vi risparmiamo. Per dare al tutto un tocco di autorevolezza accademica, il suo autore Riccardo Sanna lo fa precedere da una citazione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001: «La crisi finisce solo quando si torna alla piena occupazione e i salari reali tornano a crescere». Stiglitz è uno strenuo critico delle politiche del Fondo monetario internazionale che secondo lui (e non solo lui) campano sulla pelle dei più deboli. Ma la Cgil avrebbe fatto bene a non trascurare un’altra regola aurea di colui che di Stiglitz e di tutti gli economisti progressist è stato il maestro: John Maynard Keynes. L’uomo che influenzò come pochi il laburismo inglese affrancandolo dal marxismo, e che collaborò al New Deal di Roosevelt, diceva: «Mai cadere nelle previsioni a molti anni. Infatti sul lungo termine saremo tutti morti». Dunque che senso ha una previsione da qui all’eternità? A parte i due traguardi del 2076 e del "mai", la Cgil avanza stime intermedie collocate tra il 2025 ed il 2032: dodici e diciannove anni a partire da adesso. Ma come eravamo 12 anni fa, nel 2001, o 19 anni fa, nel 1995? Per non parlare di 63 anni fa: nel 1950. Il 2001: ultimo anno prima dell’euro; attacco di al-Qaeda alle Torri Gemelle e inizio della guerra al terrorismo internazionale; Russia e Cina non ancora potenze mondiali. La Germania è definita "la grande malata d’Europa". Il 1995: l'America si crogiola nel boom economico di Bill Clinton, in compenso non c’è ancora la New Economy, internet si sta affacciando al mercato privato ed i cellulari, per chi li ha, servono soltanto per telefonare. La Russia si dibatte tra complotti e carestie; la Cina, dove la rivolta di Tienanmen è un ricordo recente, non si è ancora aperta al commercio mondiale. In Italia il governo Dini tenta la prima riforma delle pensioni, mentre cova l’esperimento governo ulivista di Romano Prodi. Il tasso d’inflazione italiano è il 5,5 per cento ed i Bot a un anno rendono il 10,2. Nonostante questo il Paese è appena uscito da una recessione che, magari, avrà fatto predire a molti che solo nel 2013 si sarebbe rivosto il benessere di un tempo. E lasciamo perdere il 1950, con le macerie ancora nelle strade e Cenerentole nelle sale cinematografiche. A queste visioni bibliche della Cgil fanno del resto da pendant, e non da ora, le previsioni ultra-catastrofiche della Confindustria, che del sindacato sembra pienamente diventato lo specchio padronale. Quando Giorgio Squinzi afferma che siamo «a un passo dal baratro» va oltre il suo sacrosanto diritto e dovere di fustigatore della classe politica: esagera, e quindi banalizza. Forse anche per questo il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali lette giovedì scorso, ha invitato all’autocritica non solo i politici, ma anche gli imprenditori e la burocrazia pubblica. Sarebbe più interessante se la Confindustria da una parte - dotata peraltro di un ottimo ufficio studi - ed il sindacato dall’altra destinassero i loro ingegni a cercare di approfondire questioni più attuali. Simulando per esempio l’impatto pratico di una riforma o di una legge piuttosto che un’altra, dall’Imu all’Iva alle pensioni. O anche, perché no, gli effetti concreti di una eventuale uscita dell’Italia dall’euro, scenario sul quale si sprecano molte chiacchiere e zero cifre. Impossibile? Sulle ricadute di una spaccatura della moneta unica la Confindustria tedesca sta da tempo elaborando cifre su cifre; e così la IgMetall, il sindacato dei metalmeccanici. I risultati non sembrano così favorevoli alla Germania, ed magari anche per questo i partiti maggiori stanno venendo a più miti consigli riguardo al rigore. Di fatto sono sempre gli altri a fare i conti in tasca a noi. La Cgil preferisce annunciare che la crisi non finirà mai: forse è un modo come un altro per non discutere davvero di cose pratiche.
Stime eterne dalla Cgil
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