Politica

Chi critica il Colle sulle riforme

di Francesco...

di Francesco Damato Chissà se certa sinistra da tempo polemica con Giorgio Napolitano per lo stile e il contenuto "presidenzialistico" della sua esperienza al Quirinale, dove ha dovuto supplire più volte ai ritardi o alla inconsistenza delle forze politiche, ci offrirà nei prossimi giorni il disinvolto spettacolo di richiamarsi anche a lui, e non solo ai soliti Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Nichi Vendola e Rosy Bindi, per contrastare una riforma istituzionale di tipo presidenziale. Per la quale spinge da sempre il partito di Silvio Berlusconi, sostenitore dell’elezione diretta del capo dello Stato, e alla quale hanno aperto negli ultimi tempi autorevoli esponenti del Pd come, fra gli altri, Romano Prodi e Walter Veltroni. Che al governo, l’uno come presidente del Consiglio e l’altro come suo vice nel primo dei due pur brevi passaggi prodiani a Palazzo Chigi, hanno potuto sperimentare l’inadeguatezza di una Costituzione che sarà pure stata e continuerà ad apparire ai loro compagni "la più bella del mondo", ma sta ai tempi di oggi come una diligenza a cavalli sull'autostrada. Una Costituzione che va cambiata perché «rispetto alle esigenze della nostra società - ha detto Enrico Letta alle Camere non più tardi del 29 maggio scorso - abbiamo bisogno di istituzioni che decidano più democraticamente e rapidamente». Decidano e non sfuggano. Il Napolitano che potrebbe tornare comodo ai suoi critici e avversari di sinistra, contrari alle larghe intese da lui promosse prima con il governo tecnico di Mario Monti e poi con il governo Letta, è quello ostile al presidenzialismo che è stato descritto l’altro ieri sulla Repubblica da Eugenio Scalfari, anticipando una lunga intervista che sarà diffusa domenica prossima, e dedotto ieri sul Corriere della Sera dal quirinalista Marzio Breda. Dedotto però, come vedremo, non da dichiarazioni appena raccolte, magari nei giardini del Colle aperti al pubblico per la festa del 2 giugno, ma da un discorso pronunciato da Napolitano il 30 maggio dell’anno scorso in una visita a Pordenone. Dove, parlando al Consiglio comunale, il presidente disse di avere «rafforzato» con la sua esperienza «la convinzione che i nostri costituenti diedero una soluzione profondamente motivata al problema del capo dello Stato: avere al vertice una figura neutra, politicamente imparziale, che restasse estranea al conflitto tra le forze politiche e tra le correnti ideologiche». Fu in questa ottica che venne stabilita l’elezione del presidente della Repubblica da parte del Parlamento e dei delegati regionali, a scrutinio rigorosamente segreto, con una maggioranza comunque qualificata: "di due terzi dell’assemblea" nelle prime tre votazioni e della "maggioranza assoluta" nei successivi, come dice l’articolo 83 della Costituzione. Mai quindi con una maggioranza semplice, quella cioè dei presenti e/o partecipanti alla votazione, sufficiente invece al Senato e alla Camera per dare o negare la fiducia al governo, anche se ogni Ministero nasce preventivando di dover passare anche in aule parlamentari al completo. Solo Pier Luigi Bersani pretese da Napolitano, ma inutilmente, dopo le elezioni di fine febbraio di fare un governo senza disporre di una sicura maggioranza precostituita al Senato, dove avrebbe voluto cercarsela di volta in volta scommettendo sugli umori, o sulla spaccatura, dei grillini. Nel discorso di Pordenone il presidente della Repubblica pose ad un certo punto un interrogativo definito «retorico» da Breda. Chiese se si volesse «ridiscutere» la scelta dei costituenti. E rispose: «Io sono spettatore di fronte ad una discussione che si apra anche su questo tema, ma bisogna ben vedere quali equilibri si creano in luogo di quelli che si superano e si accantonano». Parole, secondo Breda, indicative di «inespresse riserve» ma seguite l’altro ieri, dopo la parata militare del 2 giugno, da queste altre, dirette a chi gli chiedeva di pronunciarsi sul presidenzialismo appena riemerso dal dibattito politico: «Io naturalmente non dirò nulla, né stasera né mai, sul contenuto delle riforme. Resterò assolutamente neutrale. Mi volete far dire qualcosa che non ho intenzione di dire». Né risulta che le abbia dette negli incontri che ha avuto ieri al Quirinale, incoraggiando il percorso delle riforme, prima con il presidente del Consiglio Letta, il ministro del ramo Gaetano Quagliariello e quello dei rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, poi con il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, nonché segretario del Pdl, Angelino Alfano.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.