«A pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si azzecca» diceva qualcuno che la politica l’aveva frequentata abbastanza. E così anche la presentazione del nuovo libro di Matteo Renzi nell’auditorium dell’Ara Pacis di Roma rischia di diventare l’ennesimo indizio della strategia per segare le gambe al governo Letta. L’escalation comunicativa del sindaco di Firenze negli ultimi giorni è quantomeno sospetta. «Domani - aveva scritto mercoledì su twitter - presentiamo #oltrelarottamazione alle 12 all’Ara Pacis a Roma e alle 21 all’ObiHall a Firenze. Stasera #ottoemezzo». Il fatto che l’appuntamento nella Capitale cada proprio all’indomani della spaccatura sulla legge elettorale, dietro la quale in tanti vedono la sua manina, è altrettanto indicativo. In platea, poi, c’è quello che nel Pd viene accusato di essere l’«esecutore» dei piani di Renzi, Roberto Giachetti. Il quale, però, dopo averci quasi rimesso la pelle per far cambiare la legge elettorale con un lungo sciopero della fame, a passare per l’«utile idiota» del sindaco proprio non ci sta: «Ma sì, era tutto studiato e premeditato da due mesi» scherza coi giornalisti. Poi, però, quando gli chiedono se ha parlato con Renzi negli ultimi due giorni, si fa scuro in volto: «No, non l’ho sentito. Guardate che io faccio il parlamentare da dodici anni». Non è eterodiretto, insomma, ma non per questo meno deciso: «La mozione per tornare al Mattarellum? La ripresenterò, certo, possono stare tranquilli». Matteo comincia il suo intervento alle 12 in punto. Almeno sul terreno della puntualità è davvero diverso da quelli che vuole rottamare. O forse ha solo un’agenda troppo piena per permettersi sfasature. Il programma prevede la presentazione del suo libro. In breve, però, il discorso si trasforma in una lenta erosione dell’esecutivo guidato dall’«amico» Enrico Letta: «Un governo è serio se fa le cose e non se vivacchia, un parlamento è serio se fa le cose e non vivacchia». A Renzi, insomma, la melina a cui sembra condannato l’iter legislativo per le riforme proprio non piace. E ancora di meno piace il procastinamento sine die delle modifiche al Porcellum: «Penso che sia fondamentale che il Pd presenti la sua proposta. Sull’Imu l’abbiamo data vinta a Berlusconi - ammonisce - ma bisogna che sulla legge elettorale non si passi dalle larghe intese alle lunghe attese». Perché tenere in vita il Porcellum, il sindaco lo sa benissimo, è la migliore garanzia che il governo ha per sopravvivere. E a chi dopo essere rimasto fuori dalla partita della premiership rischia di mancare anche quella per la segreteria, questo non può andar bene. E così il pressing su governo e Parlamento si fa insistente: «Un tacchino non vuole mai anticipare il Natale - scherza - ma invece è quello che ai senatori chiedo di fare. Dobbiamo dire che alle prossime elezioni si va con un Senato delle autonomie. È difficile da accettare perché vuol dire che da mille entreranno solo 630 parlamentari. Se vogliamo dare un segnale agli italiani dobbiamo fare questa riforma, insieme alla semplificazione della burocrazia e all’eliminazione delle Province». Ufficialmente è un consiglio benevolo al governo. Nella forma sembra quasi un anticipo di campagna elettorale. E non solo perché, pur lodando il bipolarismo «gentile», non risparmia gli attacchi agli avversari, dal Berlusconi che «col "ghe penso mi" non ha risolto nulla» al Grillo che «ormai accampa scuse assurde per le sconfitte come i leader della vecchia politica, i suoi presto si spaccheranno». La verità è che lo show di Renzi non ha perso neanche un po’ della potenza comunicativa che sprigionava all’epoca delle primarie. Ci sono tutti gli elementi nazionalpopolari tipici del suo linguaggio. Per parlare dello ius soli manda la diapositiva con El Shaarawi e Balotelli in maglia azzurra, per descrivere la tendenza del Partito Democratico a fermarsi sempre a un passo dal trionfo rispolvera addirittura il maratoneta Dorando Petri. Ma è quando sugli schermi compare l’immagine di Fausto Coppi durante la storica tappa Cuneo-Pinerolo che il sindaco di Firenze affronta il punto centrale del discorso. «Il telecronista Ferretti - ricorda - per descrivere questa scena usò la frase "c’è un uomo solo al comando"». «La leadership è un valore - insiste - il centrosinistra ha sbagliato a far passare l’immagine che la leadership sia di per sè leaderismo. Il centrosinistra non deve aver paura di esprimere una leadership, di dire che il collettivo è importante, che il gioco di squadra si può fare se poi qualcuno si stacca e va a vincere la tappa». Questo qualcuno, manco a dirlo, nelle intenzioni del sindaco è se stesso. E la montagna da affrontare, l’ostacolo da superare, è proprio l’eventuale durata del governo Letta. «Siamo alle barzellette» risponde a chi gli chiede se voglia far cadere l’esecutivo. «Il dibattito su quanto dura, come dura e che cosa voglia fare è stancante - aggiunge - per uno che ha rinunciato a stare in Parlamento per continuare a fare il sindaco, essere accusato di quasi tutto comincia ad essere quasi divertente. Prima mi arrabbiavo, ora mi diverto. L’importante è che il governo faccia le cose». Più o meno quello che Veltroni diceva ai tempi del Prodi 2.
E Renzi torna all’attacco «Non basta vivacchiare»
Il sindaco di Firenze: «Non voglio far cadere il governo ma bisogna accelerare sulle riforme o il Pd scompare»
