Politica

Come riempire lo spazio a destra

di Gennaro...

di Gennaro Malgieri Immaginare un movimento di destra nelle presenti circostanze ci vuole molta fantasia ed una buona dose di coraggio intellettuale e politico. Lo spazio vuoto che si contempla, con rimpianto e forse anche con rabbia, non lo si riempie con le buone intenzioni, ma con un’attenta riflessione culturale, non tralasciando la valutazione di ciò che è accaduto, ma neppure insistendo nell’imputare a chicchessia la scomparsa di un’area significativa dell’elettorato. Se qualcuno pensa ad una ricomposizione della destra affidandosi all’aritmetica, mettendo cioè insieme spezzoni di quella che fu Alleanza nazionale nell’intento di ripopolare appunto ciò che al momento è politicamente disabitato, si sbaglia di grosso. Nulla nasce o rinasce da aride sommatorie che per definizione non hanno un’anima, non sono giustificate da un progetto, prescindono da una visione. Se manca un sentire comune e gli sforzi si risolvono nel riprendere posizioni perdute non credo che lo "spazio vuoto" possa riempirsi. Per di più se diffidenze e rancori bloccano o rallentano la sia pur pallida prospettiva che quasi tutto possa tornare ad essere com’era prima della sciagurata "fusione" e dell’improvvida scissione, non vale neanche la pena provare a dare un senso al lavorio che da mesi sta andando avanti nella dispersa destra. Di fronte ad una tale eventualità più o meno tutti sono "vaccinati". Sorprende invece come mai non sia maturata la consapevolezza, affinché un ragionamento sulla possibilità che la destra ridiventi un soggetto politico riconoscibile, della necessità di attivare una sintesi culturale tra le "anime" che hanno costituito il tessuto connettivo prima del Movimento Sociale Italiano e poi di Alleanza nazionale. Allontanarsi da questo gravoso impegno, senza cedere a discussioni irragionevoli fino a favorire frazionismi dissennati, significherebbe bruciare un patrimonio ideale e politico dal quale non può prescindere la ripresa di un discorso interrotto. Ecco perché insistere non tanto sulla declinazione dei principi e dei valori, ma sulla costruzione di un pensiero complesso, tale da comprendere le aporie della modernità e tentare di governarle, se del caso coniugandole anche con "eresie" che promanano da altre esperienze, non vuol dire, come si potrebbe ritenere, "sporcare" la purezza di una destra ideale. Al contrario se ne esalterebbe la capacità di accoglienza di idee e progettualità soltanto apparentemente lontane dalla sua storia che, non lo si dovrebbe dimenticare, nasce dalle contraddizioni del Novecento affinate nel corso di un cammino lungo e tortuoso che ha portato la destra, tra gli inizi degli anni Settanta e la metà dei Novanta, a qualificarsi come "partito della nazione", non diversamente da come si sono qualificati i conservatori americani e britannici nelle cui vene scorre il sangue della Tradizione che non disdegna quello della Modernità. Si è disposti a correre qualche rischio rinunciando a stereotipi antiquati e spremuti abbastanza e sperimentare percorsi innovativi dai quali far sgorgare la linfa nuova di un movimento che non potrà che essere inizialmente di opinione per poi farsi integralmente politico? Rispondere a questa domanda è esiziale. E dalla risposta è probabile che venga fuori una prospettiva percorribile oppure un abbandono senza appello. Quando si approssimò il tempo della "svolta" di Fiuggi, nessuno dei soggetti più convinti si sottrasse ad offrire il proprio contributo di idee che inizialmente diede luogo ad un Manifesto e poi alle vere e proprie Tesi, propedeutiche peraltro al Programma presentato poi a Verona. Non vennero passate le acque nella cittadina laziale allora per espellere un calcolo. Si sperimentò una "tentazione" culturale, sedimentata per anni e sviluppata quando si ritenne che fosse matura i cui effetti furono soddisfanti, facendoli sbiadire poco alla volta malauguratamente. Ricordare quell’esperienza, non vuol dire immaginare un’impossibile "Fiuggi due", ma semplicemente riconnettersi allo spirito del rinnovamento per aggredire i tempi nuovi e profondamente diversi da quelli. Se c’è chi ritiene che un tentativo del genere abbia qualche possibilità di riuscita è bene che proponga idee per un movimento globale, dunque ambizioso e non certo finalizzato a riportare in Parlamento qualche rappresentante. Lo spazio c’è, insomma. Bisogna capire soltanto come riempirlo, badando più alla prosa (e magari anche alla poesia) che all’aritmetica non sempre amica della politica.

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