Politica

No ai partiti a libertà limitata

di Benedetto...

di Benedetto Ippolito La settimana politica si è aperta su due grandi polemiche, cresciute all'impazzata. La prima relativa alla legge 361 del 1957 sull'ineleggibilità dei titolari di concessioni statali, che coinvolge Silvio Berlusconi, e la seconda sul decreto legge depositato al Senato sulla trasparenza dei partiti. Si tratta d'iniziative simili e solo apparentemente "moralizzatrici". Tant'è che le adesioni sono state diverse secondo i casi. Il M5S, ad esempio, ha sostenuto a mani basse l'ineleggibilità di Berlusconi, salvo poi reagire con stizza all'ipotesi che i movimenti non partitici come il suo siano spinti fuori dal Parlamento. La faccenda è controversa, al punto tale che anche in questo frangente il Pd si è diviso in se stesso. Luigi Zanda e Anna Finocchiaro hanno firmato il decreto al Senato, mentre Matteo Renzi è tra chi ne denuncia con maggiore intensità l'arbitrio politico. È un dissenso, in realtà, non derivato soltanto da interessi personali ma da un'opposta idea di democrazia. Alla fine si andrà certamente al ritiro della legge e, quindi, al suo congelamento. E, come sempre, si preferirà il nulla di fatto. Ciò nonostante, resta valida la domanda generale: queste battaglie legali hanno realmente un senso? A tale riguardo, ho ascoltato giorni fa un giurista del calibro di Giovanni Maria Flick sostenere a tamburo battente che regolamentare i partiti, imponendo loro delle regole che rendano indispensabile la democrazia interna e l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione, ha un'importanza cruciale per migliorare il funzionamento della nostra democrazia. Sarà, ma io penso, piuttosto, che convenga dubitare soprattutto di questo retaggio culturale positivista così radicato in una parte intellettuale maggioritaria della sinistra. E ciò per una ragione molto precisa. La democrazia ha bisogno indubbiamente di partiti e di regole. I primi servono come organizzazioni intermedie del consenso e le seconde a dare un minimo di disciplina interna ai movimenti. La concezione legalista non prende in considerazione però che, dopo la rivoluzione apportata dal web e dai nuovi media, non è più possibile gestire dall'esterno l'opinione pubblica. I partiti sono entrati in crisi e sono nati movimenti d'opinione come quello di Beppe Grillo non perché sia mancata la regolamentazione, ma perché non esiste più alcun modo per irreggimentare e controllare in anticipo il consenso. L'unico risultato che si produce, quando si dichiara fuori legge un movimento di opinione, è di rafforzare la sua potenza comunicativa e di radicarlo ancor più nella sua identità anti politica. Perciò la battaglia contro il M5S, e nell'ipotesi anche contro il Pdl, la sinistra dovrebbe svolgerla a contatto con la gente, cercando non di scimmiottare Grillo o d'imitare Berlusconi, ma di comprendere quali siano le esigenze reali che la gente esprime in quel modo e quali potrebbero essere, se vi sono, le proposte alternative che s'intendono portare avanti. In ogni caso è assurdo risolvere un problema politico con una legge. Il web, d'altronde, non è la fine del mondo. I nuovi media non sono qualcosa d'irreparabilmente anti democratico, e la questione dell'ineleggibilità o della mancanza di una forma standard di partito non è necessariamente il male peggiore. Anzi, tali fenomeni rivelano la presenza di una comunità orizzontale di cittadini che dialoga attivamente su Twitter o su altri social network, utilizzando le nuove potenzialità espressive per denunciare le inefficienze del sistema senza farsi neutralizzare da organizzazione ideologiche e lobbistiche come i partiti normali. Certo questa nuova forma di aggregazione esplode talvolta in comportamenti insopportabili, ma non è detto che non possa esprimere anche interessi comuni e perfino esigenze etiche collettive. Stiamo attenti a lanciare facili anatemi. La situazione italiana è in ebollizione e si comprende ovunque nella società un desiderio di partecipazione politica forte almeno quanto la sfiducia verso le forme tradizionali di rappresentazione del consenso. Perciò pretendere che movimenti popolari debbano essere partiti per esistere è dannoso, sbagliato e pericoloso. Una conseguenza sicura di una legge chiusa è l'umiliazione di una specifica parte di opinione pubblica movimentista, fortificandone la realtà e relegandone la partecipazione fuori dalla liceità. A ben vedere, un piano suicida. Il consenso, infatti, in democrazia è legittimo in sé. Almeno fin quando la democrazia non diventa dittatura legale dei partiti.

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