I governatori lanciano l’allarme e chiedono al governo di rivedere il Patto di Stabilità per evitare una «condanna a morte». È così grave la situazione? «È grave perché in tutti questi anni, con i governi che si sono succeduti, le richieste legittime e il grido di allarme dei territori non sono stati ascoltati. Siamo arrivati a un punto in cui è diventato quasi impossibile anche solo programmare gli investimenti. Nella nostra Regione la quota di spesa pro capite è calata del 64% in 6 anni, da 1.016 a 354 euro. Ma questi non sono numeri: dietro ci sono le vite delle persone, i volti disperati che vediamo nei cortei, le aziende che chiudono e la gente che si suicida perché perde il lavoro. Per questo, insieme agli altri presidenti, abbiamo voluto battere un colpo, e rilanciare questi argomenti nelle ore in cui si sta provando a ridefinire la politica economica dell’Italia e anche il nuovo governo ha dato segnali di capire la portata del problema». Il nodo principale riguarda le politiche del rigore e dei tagli lineari. «I dati della crescita in Italia non lasciano molti dubbi. È di ieri il nuovo record negativo di sette trimestri consecutivi di contrazione del Pil: non era mai successo. Bisogna voltare pagina: rimettere al centro il tema della qualità della spesa, perché tagliare è facile, ma la vera sfida non è solo spendere meno, ma riuscire allo stesso tempo a spendere meglio, migliorare i servizi, garantire gli investimenti vitali per l’economia e il territorio». Lunedì 27 maggio ci sarà l’incontro con il premier Letta. Quali sono, oltre all’allentamento del Patto di Stabilità, le altre cose che gli chiederete? «Arriveremo all’incontro con il governo con una piattaforma di proposte molto organica. Ne cito almeno due fondamentali: il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, perché siamo sull’orlo di un’emergenza devastante, e la revisione dei criteri dei piani di rientro dal deficit sanitario, perché è evidente che il modello che si è affermato in questi anni non ha funzionato: ha prodotto solo tagli, senza favorire una riorganizzazione del sistema sanitario per garantire la qualità delle cure e il diritto alla salute dei cittadini». In che modo l’Europa può aiutare le Regioni? «In un solo modo: abbandonando la follia di una politica economica fondata esclusivamente sul rigore e tornando ad investire nella crescita e nella coesione sociale. Se un medico sbaglia la cura, deve cambiarla, altrimenti il malato non guarisce». Ma crede che possa esserci un’Europa diversa? «È evidente che nella battaglia per cambiare la politica economica dell’Unione, c’è anche una battaglia politica per costruire e rafforzare uno spazio democratico europeo che è rimasto incompiuto, togliendo potere alle tecnocrazie e restituendo peso alla decisione dei cittadini, attraverso l’esercizio fondamentale del voto». Torniano all’emergenza. Se il governo non intervenisse, quali sarebbero i settori più a rischio nel Lazio? «Questa è una partita in cui si salvano tutti o non si salva nessuno. Poi, certo, ci sono settori che stanno pagando in maniera particolare la crisi. Penso, ad esempio, al comparto dell’edilizia, delle infrastrutture e dei lavori pubblici, che è un settore fondamentale del nostro sistema produttivo e che in questo momento sta soffrendo tantissimo». Negli ultimi anni alcune Regioni hanno aumentato spese e sprechi. Cosa sta facendo nel Lazio per invertire la rotta? «Come annunciato nelle scorse settimane, abbiamo presentato in Consiglio regionale un pacchetto di razionalizzazione della spesa pubblica e di riorganizzazione della spesa regionale che produrrà 230 milioni di euro di risparmi nei prossimi 3 anni, migliorando l’efficienza della pubblica amministrazione. Ma la vera sfida è quella della trasparenza: consentire ai cittadini di controllare ogni atto amministrativo e di bilancio per impedire ogni forma di abuso alla radice».
«Ora servono investimenti Basta con il rigore e i tagli»
ZingarettiIl presidente della Regione Lazio: «L’Ue cambi politica Nel nostro territorio più infrastrutture e servizi migliori»
