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La ricerca è ricchezza

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di Davide Giacalone Nella devastazione che abbiamo alle spalle, nei lunghi anni in cui l’Italia ha voluto male a sé stessa, anche la ricerca scientifica ha pagato un prezzo. A Roma la Fondazione Cesalpino aveva realizzato la Torre di Ricerca, presso il Policlinico Umberto I. I giovani ricercatori che si sono formati in quell’esperienza sono oggi a capo di prestigiosi laboratori. Anche all’estero. Il fatto che i nostri cervelli abbiano il passaporto è certamente positivo, meno che la frontiera sia varcata in una sola direzione. Gran parte di quel patrimonio, culturale e scientifico, è stato raso al suolo, restituendo l’università all'antimeritocrazia. Oggi, presso l’Accademia dei Lincei, alcuni di quei protagonisti si ritrovano. L’occasione è data dai venticinque anni della Fondazione e dalla sua ridenominazione, intitolandosi ora a Francesco Balsano, che di quella stagione fu artefice e guida (nonché oggi relatore). Non una giornata rituale, perché dedicata all’approfondimento del tema: epigenetica. Non è questione per scienziati o addetti ai lavori, ma d’interesse generale. La ricerca applicata alla produzione è attività nobile e utilissima, naturalmente finanziata da chi poi cercherà di commercializzare e mettere a frutto le scoperte. La ricerca pura, invece, non può essere finalizzata, né, come osserva il professor Balsano, programmata. I ricercatori devono essere liberi e far correre le loro competenze, curiosità e fantasia. Quel che si scopre, prima o dopo, torna utile (celebre quanto rispose Michael Faraday al ministro delle finanze inglese, che gli chiedeva lumi sull’utilità pratica dei suoi studi sull’elettromagnetismo e l’elettrochimica: non ne ho idea, ma so che ci metterete una tassa). Non potendolo prevedere, è necessario che ci sia un ambiente in cui la ricerca sia un valore in sé. Tale ambiente è l’università. Ma che succede se proprio l’università premia più il servilismo che l’indipendenza, più la mediocrità che l'eccellenza, più la carriera per anzianità che per genialità? Succede che un Paese s’impoverisce. Ed è quello che ci è capitato. Del resto, è ben difficile che ci siano università proiettate verso il merito e capaci di valorizzarlo se quelle stesse non sono in concorrenza fra di loro, anche per conquistarsi i finanziamenti. Se il valore legale del titolo di studio è uguale ovunque, se non c’è differenza di mercato fra le lauree in diversi posti, va a finire che l’ampio strato della mediocrità corra a conseguirle dove sono più facili, in questo modo sottraendo potenziali risorse a quelle di maggior pregio. Queste ultime, a quel punto, finiscono a loro volta nelle mani dei mediocri, più adusi alla navigazione nel bigio mare della tranquillità burocratica. È stato così che chi ha portato ricchezza economica e di sapere s’è visto isolato e addirittura criminalizzato. Il danno non è solo a quelle persone, ma collettivo. Perdere terreno nella ricerca pura significa perderlo anche in quella applicata, quindi nel mondo della produzione, per diventare infine un danno economico. È stato così che il Paese di Giulio Natta, cui si deve la plastica, s’è ritrovato senza industria chimica (distrutta con tutti i mezzi, non escluso quello giudiziario). Ed è così che è ridotta al lumicino anche la nostra industria farmaceutica. Il danno, insomma, non si contabilizza solo in onore culturale (che non è poco, per un Paese come l’Italia), ma anche in ricchezza e posti di lavoro. L’epigenetica studia le mutazioni genetiche che diventano ereditarie e non intaccano direttamente il Dna. Il poco che cambia il molto. La giornata di ieri, ad esempio, era dedicata alle infiammazioni che possono generare tumori. Se quel meccanismo viene compreso fino in fondo potremo disporre di cure meno invasive e più efficaci contro il cancro. Il che, ci vuol poco a capirlo, ha un grande rilievo umano, ma anche economico. Inoltre, la ricerca epigenetica ci alleggerisce anche dall’incubo dell’eugenetica, ovvero dall’idea satanica che si possa cambiare il genere umano operando direttamente sul corredo genetico. Roba mengeliana (il nazista che faceva esperimenti su esseri viventi), che si dimostra non solo folle nelle finalità, ma anche inconsistente nella pratica: nessuno può seriamente pensare di controllare tutte le variabili, sicché nessuno può garantire alcun risultato. Puoi clonare la pecora Dolly, ma poi la copia fa una fine diversa dall’originale. Roma era all’avanguardia, in questa ricerca. Non c’è ragione, se non in noi, che non ci torni.

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