Politica

Un segretario eletto solo da mezzo Pd

Su mille delegati presenti poco più di 500. Epifani ottiene 458 voti Nel partito restano tutte le divisioni. Se ne riparlerà al congresso

Articolo 4 dello statuto del Partito Democratico: «L’Assemblea nazionale è composta da mille persone». Nel padiglione 10 della nuova Fiera di Roma ne sono arrivati 593. O meglio, 593 sono quelli che, secondo la contabilità ufficiale del partito, hanno votato per l’elezione del nuovo segretario. L’impressione è che siano di meno (la sala contiene 870 persone e, oltre ai posti vuoti, ci sono molti invitati), ma bisogna fidarsi. L’ingresso è vietato ai giornalisti (che possono comunque godere delle meraviglie dello streaming in una sala attigua) e quindi non c’è controprova. Tornando ai numeri. Quasi 600 i votanti, 59 le schede nulle, 76 le bianche, sono 458 quelli che hanno espresso la preferenza per Guglielmo Epifani. Candidato unico che raccoglierà l’eredità di Pier Luigi Bersani e porterà il Pd al congresso che dovrà celebrarsi «entro ottobre 2013». Eletto da meno della metà degli aventi diritto. Segretario pro-tempore. Non-segretario se preferite. Perché Epifani è poco più di un placebo. Un po’ di colla per rimettere insieme i pezzi di un partito in frantumi e arrivare all’autunno. Per dirla con le parole di una deputata Democratica neoeletta: «Abbiamo scelto uno che garantisce tutti quelli che stanno dentro il partito. Peccato che dovevamo garantire quelli che stanno fuori». Epifani, non è un segreto, è il nome che ha messo d’accordo tutte le correnti. Per due motivi. Il primo è che non si tratta di una personalità in grado di oscurare gli altri (anche la sua stagione alla guida della Cgil non oscurò chi, Sergio Cofferati, lo aveva preceduto, né chi, Susanna Camusso, è venuto dopo). Il secondo è che non si candiderà al congresso. Ma qui è obbligatorio aggiungere un forse. Perché nei prossimi cinque mesi l’ex leader sindacale potrebbe prenderci gusto. E magari decidere di scendere in campo per sfidare quello che, al momento, è il candidato più forte: Gianni Cuperlo. C’è tempo per decidere. Nel frattempo, sotto lo scudo protettivo di Epifani, le truppe potranno cominciare ad organizzarsi per la battaglia. Perché se c’è una cosa che emerge chiaramente dopo ieri, accanto al generale senso di mestizia, è che i malumori, i desideri di vendetta, le divisioni, sono stati solo accantonati. Se ne ritrova traccia qua e là. Ad esempio nei ragazzi di OccupyPd che vengono fermati dalla sicurezza all’ingresso del padiglione (successivamente verrà fatta entrare una delegazione ndr ). Indossano una maglietta con la scritta «Siamo più di 101», il numero di franchi tiratori che hanno bruciato la candidatura al Quirinale di Romano Prodi, e hanno adesivi con le facce dei ministri Pdl del governo Letta e la scritta «Non con il mio voto». Molti esponenti li citano dal palco come esempio del dissenso della base. Ma convincerli non sarà impresa facile. Perché non basta dire che quello nato è un «esecutivo eccezionale in una situazione eccezionale» e che i Democratici, pur sostenendo lealmente il premier, continueranno ad essere alternativi ai Brunetta e ai Berlusconi. Non basta chiedere che chi ha votato contro Prodi venga allo scoperto. Lo dice chiaramente Matteo Renzi: «Il traghettatore si aiuterà se la barca sarà in grado di reggere. Non è il nostro governo, lo ha detto anche Letta, ma al governo c’è uno di noi. Lo subiamo o lo guidiamo? Se lo subiamo sarà l’ennesimo rigore regalato a Berlusconi. Ma per guidarlo dobbiamo dire cos’è il Pd, come lo gestiamo. Più che OccupyPd serve un OpenPd. Manca una visione. Se il Pd riscopre l’autenticità e la passione io non da candidato alla segretaria o da candidato all’Anci ma da militante, da sindaco, darò una mano». Il nodo è tutto qui. Mentre Bersani, saluta, ringrazia e invita il partito a compattarsi per il «nuovo inizio», la platea guarda a Renzi. In molti sperano che decida di prendere in mano il partito candidandosi al congresso. Lui prepara la campagna elettorale per le comunali di Firenze del 2014. Anche i suoi si dividono tra attendisti e interventisti. La verità è che il futuro del sindaco è appeso alle sorti del governo. Il timore è che Letta duri e Renzi non vuole rimanere imprigionato nel ruolo di segretario. Soprattutto se si deciderà di scindere la leadership dalla premiership. Per ora si accontenterebbe di un suo fedelissimo (Luca Lotti) come responsabile organizzativo del Pd. Ma c’è chi pensa che sia poco. «Anche Blair - spiega un senatore Pd - fece tre anni il leader del partito laburista prima di vincere le elezioni. Se continua così Matteo rischia di diventare il nuovo Segni. Che ha aperto una fase politica, ma è rimasto sempre ai margini». Fortuna per il sindaco ha ancora cinque mesi di Epifani per pensarci.

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