Politica

Se il contribuente vale zero

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di Marlowe Quanto contano i contribuenti italiani? Tutto quando si chiede il sangue per la causa: le tasse arrivano senza se e senza ma, retroattive in barba agli statuti; si paga subito e basta. Un anno fa tra Imu, Iva, depositi bancari, titoli, accise e quant'altro siamo stati noi a salvare il Paese, e la sua classe politica e dirigente. Dall'Imu in particolare sono arrivati 24 miliardi, quattro più del previsto: qualcuno ci ha detto grazie? Non risulta: anzi Mario Monti spiegò a New York che "intendeva cambiare la testa" dei suoi concittadini. Se invece le tasse si tratta di ridurle, o solo renderle meno vessatorie, allora il valore del contribuente italiano scende a zero. Passi per le promesse elettorali, che pure altrove contano eccome. Ma che dire degli impegni presi nel momento più solenne dell'insediamento di un governo, il voto di fiducia? Ricordiamo quel passaggio di Enrico Letta: «Bisogna superare l'attuale sistema di tassazione della prima casa, intanto con lo stop ai pagamenti di giugno per dare il tempo al governo e al Parlamento di elaborare insieme e applicare rapidamente una riforma complessiva». Certo il premier non intendeva che l'Imu andava aumentata: più e più volte ha definito insostenibile la nostra pressione fiscale. E siccome abbiamo stima di lui, siamo certi che sia sconcertato per il rinvio della rata di giugno. Che significa slittamento a settembre? Un escamotage contabile da spendere a Bruxelles? Un modo di prendere tempo? Uno slittamento puro e semplice, e poi magari si paga con gli interessi? Ed in quei cento giorni annunciati da Fabrizio Saccomanni «per ridefinire in modo organico l'intera tassazione sugli immobili» in quale direzione si intende andare? C'è "l'impegno politico", certo. Ma quali garanzie hanno i contribuenti italiani che i cento giorni non si consumeranno tra tira e molla politici e pressioni lobbistiche? Nel frattempo l'Imu, che tutti avevano promesso di abolire o ridurre (perfino Monti), sta diventando l'ennesimo tormentone su Berlusconi. Una fetta di elettorato di sinistra considera la riduzione né più né meno di un favore al Cavaliere. Addirittura (stesso film della tassa di successione) un modo per fargli risparmiare soldi: come se Arcore e Villa Certosa fossero accatastate in A2. Come se il 94 per cento del gettito Imu non venisse da persone che guadagnano meno di 55 mila euro lordi l'anno. Ma tant'è: per Susanna Camusso e Rosy Bindi è ormai la "tassa dei ricchi". Un tempo la sinistra era classe dirigente rispetto alla sua base. Oggi prende la linea dai blog e dai tweet danno la linea. Il problema però non è solo questo. Il problema è che per chiedere decentemente di pagare le tasse lo Stato deve avere una parola, e una sola. Si può anche subire una tassazione come gli svedesi per avere servizi come i tunisini (e politici giù di lì): almeno pretendiamo la certezza. Invece: un anno fa eravamo tutti alle prese con il redditometro. Quindi con il redditest. Sbandierando la "compliance" fiscale, ci hanno appioppato un'applicazione da pc, a quanto pare già rottamata. Sono stati presentati ufficialmente parametri dell'Istat, coefficienti da applicare agli abbonamenti delle palestre, ci è stato detto di conservare gli scontrini del supermarket. Poi contrordine. Ora con l'Imu si rischia il bis. La scintilla della rivoluzione americana fu il Boston tea party del 1773: una ribellione contro le tasse della corona inglese. Duecentoventi anni dopo un buon presidente, George Bush sr., ci rimise la Casa Bianca nonostante la vittoria in Iraq, avendo tradito la promessa fiscale della sua campagna: "Read my lips, no new taxes". In Francia, Francois Hollande si è visto annullare dalla Corte costituzionale la patrimoniale sui super-ricchi: e questo non per difendere i miliardari ma perché l'imposta contraddiceva il cardine del sistema fiscale francese, centrato sulla famiglia e non sui singoli. Da noi? Altro che cardini: vale la parola. Che è spesso carta straccia. E chi paga le tasse (gli altri ovviamente se ne sbattono) carne da cannone.

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