di Francesco Damato A vent'anni dai fatti, e a sepoltura appena avvenuta di Giulio Andreotti, dobbiamo all'onesta testimonianza, o confessione, dell'allora presidente della giunta delle elezioni e immunità del Senato, Giovanni Pellegrino, una conoscenza più completa, ma anche più inquietante, delle circostanze nelle quali maturò l'autorizzazione a procedere giudiziariamente per mafia contro l'ex presidente del Consiglio. Che solo nel 2004 ne sarebbe uscito definitivamente assolto, pur macchiato di prescrizione per i fatti antecedenti la primavera del 1980, come tiene sempre a precisare Gian Carlo Caselli per giustificare il suo lungo e accanito lavoro d'inquirente. L'ormai ex senatore del Pds-ex Pci Pellegrino ha raccontato ieri ai lettori de "l'Unità", sia pure con il lodevole proposito di onorare il comportamento di Andreotti, difesosi nel e non dal processo, di essersi personalmente prodigato per arrivarvi. Cosa che francamente appare anomala, almeno a chi si aspetta una condotta neutrale dal presidente di una commissione parlamentare, specie se questa è di garanzia, come appunto la giunta senatoriale delle immunità. E ancora di più se si tiene presente che allo stesso Pellegrino, forte peraltro di grande esperienza forense, le carte giudiziarie giunte da Palermo fecero venire qualche dubbio, risultando la rappresentazione di "una lunga collusione col potere mafioso" da parte di Andreotti "spinta al limite estremo della verosimiglianza". Più che giusta, la prosecuzione delle indagini a carico del senatore a vita apparve a Pellegrino "conveniente" per l'istituzione parlamentare, che era in crisi di credibilità a causa di Tangentopoli. Ma Pellegrino mi perdonerà se gli chiedo a chi potesse o dovesse "convenire" di più la prospettiva di Andreotti imputato di mafia: davvero alla istituzione parlamentare o, più in particolare, al partito in cui militava il presidente della giunta delle immunità? Che era lo stesso partito del presidente della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante, incaricatosi nei mesi precedenti di portare e interrogare da solo in quella sede un pentito di mafia e poi teste contro Andreotti come Tommaso Buscetta. Per quanto Pellegrino si fosse prodigato a favore dell'autorizzazione a procedere, sino ad incontrare privatamente e a lungo lo stesso Andreotti, la competente giunta del Senato rimase sino alla fine divisa a metà sulla risposta da dare ai magistrati di Palermo. E a parità di voti il sì sarebbe stato bocciato. Come rimediarvi allora, magari "utilizzando al massimo la flessibilità del regolamento", come ha scritto lo stesso Pellegrino nella sua testimonianza-confessione? Semplicemente facendo votare la giunta sul rovescio della questione, cioè sul no alla richiesta dei magistrati. Così toccò al no la bocciatura per parità di voti, mandando su questo binario la pratica alla tappa finale della discussione e del voto nell'aula di Palazzo Madama. Ma tra il voto in giunta e l'atto finale in assemblea si verificò qualcos'altro ancora di provvidenziale, diciamo così, per le attese dei magistrati inquirenti. Lo racconta lo stesso Pellegrino ricordando gli incidenti scoppiati alla Camera e nei dintorni per le autorizzazioni a procedere solo parzialmente concesse contro Bettino Craxi per Tangentopoli. Il clima parlamentare e di piazza divenne così rovente che lo stesso Andreotti si convinse dell'opportunità, o "convenienza", di rassegnarsi alla prosecuzione delle indagini e al processo. Lo fece prima scrivendo ai presidenti della giunta e del Senato, poi parlando in aula. E liberando i suoi colleghi di partito dalla solidale tentazione di opporvisi. A quella resa avvelenata ne seguì un'altra, collettiva: una modifica a tamburo battente dell'articolo 68 della Costituzione per limitare l'autorizzazione preventiva delle Camere solo all'arresto, alla perquisizione, al sequestro di corrispondenza e all'intercettazione dei parlamentari indagati. Una modifica che, per quanto ferma sulla soglia delle manette, segnò praticamente il sorpasso, o quasi, del potere giudiziario sul Parlamento. Con quali effetti si è poi visto, compresi gli insulti che certa tifoseria giornalistica delle Procure ha appena rovesciato sul presidente del Senato, ed ex magistrato, Piero Grasso per avere osato partecipare ai funerali di Andreotti. Una barbarie mediatica di questo tipo forse Pellegrino non l'aveva prevista prodigandosi venti anni fa perché le accuse al suo collega di Palazzo Madama seguissero il loro corso, per quanto spinte - ripeto ancora le sue parole - "al limite estremo della verosimiglianza".
Quel processo avvelenato
di Francesco Damato...