Politica

Gli sberleffi di Twitter testimoniano la sua grandezza

di Massimiliano Lenzi Quando morì Yasser Arafat, il leader storico dell’Olp, Giulio Andreotti, da sempre in prima fila nel tentativo di soluzione della questione palestinese, pronunciò una delle...

Quando morì Yasser Arafat, il leader storico dell’Olp, Giulio Andreotti, da sempre in prima fila nel tentativo di soluzione della questione palestinese, pronunciò una delle sue frasi sapide, a metà strada tra la nuda razionalità e l’apparente cinismo: «Da morto non dovrebbe dare fastidio a nessuno. Sarebbe grave che anche da morto diventasse motivo di contraddizione». Oggi che Andreotti se ne è andato, a 94 anni, questa frase andrebbe fatta circolare su Twitter e Facebook che ieri si sono scatenati, con la facilità dei Maramaldo, su un uomo passato a migliore (o peggiore? chissà..) vita. Accade sempre quando una figura apparentemente invincibile, cade. Eppure nel numero delle reazioni via web, col nome dell’ex senatore a vita top dei top, commentato, postato, ritwittato, c’è il riconoscimento, magari inconsapevole, della sua grandezza. Immagini, video d’annata, articoli, vecchie interviste in bianco e nero. Si è visto di tutto. Non sono mancate, poi, le tesi complottiste sul fu leader Dc. E son riapparsi vecchi slogan del passato: il capo della Cia, Belzebù, il padrino. Un tritatutto, alla maniera internet, senza il confine del criterio del vero e del falso separati. Andreotti, del resto, lo ripeteva spesso: «La cattiveria dei buoni è pericolosissima». Nei commenti, poi, che varietà! Da «No, non ci credo», «Risorge tra tre giorni» a commenti - lo ha fatto tal Il Triste Mietitore - «Ho finalmente preso Andreotti. Ora passiamo alla lettera B». E ancora: «Oggi muore Andreotti ma non era già morto in tv da Paola Perego» o «Andreotti, come tutti i casi che lo hanno riguardato, verrà insabbiato». I più laici ci hanno buttato dentro pure un pizzico di politica contemporanea, sul genere «E comunque prima di Andreotti è morto anche il Pd». Ma tirando le somme il Divo Giulio sui social parevano avercelo parecchio sulle scatole. Si indignerà qualcuno, magari da Camera e Senato? Lo vedremo. Dalla politica, comunque, ieri su Facebook e Twitter qualcuno ha già detto la sua. Giulia Sarti, deputata grillina del Movimento 5 Stelle: «È morto Andreotti, il condannato prescritto per MAFIA». E ancora, Sonia Alfano, europarlamentare dell’Idv: «Andreotti è morto e personalmente non provo alcun sentimento di rimpianto per un uomo che non ha mai detto ciò che sapeva sui più grandi eventi delittuosi del Paese che hanno causato morte e dolore». Politica a parte, più la rete lo faceva a pezzi e più la grandezza della figura storica di Andreotti - nel bene e nel male - emergeva. Lui la storia l’ha comunque fatta, gli internauti, salvo future eccezioni, per adesso si accontentano di postarla via web. Pensavamo non dovesse morire mai ma così non era. Eppure lui, l’uomo che assieme a De Michelis (Andreotti Premier e il socialista agli Esteri), nel 1990 a Roma, fece ingoiare una sconfitta politica sull’Europa e le decisioni in materia di unione monetaria e politica, all’allora invincibile Lady di Ferro e premier britannico Margaret Thatcher (che da lì si considererà vittima di Andreotti & De Michelis), per la storia resterà immortale. Con le sue luci e le sue ombre. Con le sue virtù e i suoi vizi. E la storia, non il web, dovrà giudicarlo. «In fondo - ha detto Andreotti qualche anno fa - io sono postumo di me stesso». Twittate, gente, twittate.

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