Nei flashback di Giulio Andreotti c’era «er sor Capannna». Lui se lo rivedeva proprio nella piazzetta di Campo Marzio, il rione dov’era nato. «Accompagnava con la chitarra strofette che mi spiegarono poi essere contro il regime, e per questo arrivarono i poliziotti e se lo portarono via», scrive nell’introduzione a un suo libro di racconti, illustrato a sanguigna da Aligi Sassu. Il ricordo è come un acquerello primo Novecento e ha il sapore dei versi di un poeta che il Divo Giulio conobbe con gusto, Trilussa. E dice bene del «sugo romanesco» che Andreotti trasudava, anche se poi cercava - conciso e parco di parole e di emozioni - di dissimularlo come si fa con una spudorata e untuosa macchia di salsa nel bel mezzo della camicia. Perché da dove vengono certe sue uscite memorabili se non dal dialetto risciacquato, ripulito? Andreotti è stato oltre che premier «ripetente» anche ministro degli Esteri. È volato dappertutto ma non è possibile immaginarlo passeggiare fuori delle strade di Roma. A Corso Vittorio Emanuele, dove ha abitato con i quattro figli e con la moglie Livia. A piazza Navona, il posto prediletto, per i ricordi di «regazzino», quando giocava a nizza. A via Giulia, sotto il cono d’ombra del «confetto succhiato», come i romani chiamano la cupola di San Giovanni dei Fiorentini. La messa della mattina e quella della domenica erano la consuetudine del senatore. E il parroco, don Mario Canciani, quello che predicava contro le stragi di capretti a Pasqua e che apriva la chiesa a cani e gatti, è stato per decenni il suo confessore. Ancora, tra i suoi luoghi preferiti, il giardino dei Passionisti ai Santi Giovanni e Paolo e la chiesa di Santa Priscilla, altare delle sue nozze con Livia Danese. Ma a voler restringere il recinto dei posti andreottiani, l’itinerario spazia tutto entro Campo Marzio. Alla «Gianturco» di via della Palombella fece le elementari, al «Visconti» di Piazza del Collegio Romano frequentò il ginnasio (il liceo no, andò al «Tasso» di via Sicilia). Lo studio era a Piazza in Lucina. E il sancta sanctorum del suo immenso archivio, sistemato e frequentato fino alla fine, nella sede dell’Istituto Sturzo, a Palazzo Baldassini, in via delle Coppelle. Le trasferte fuori dal Centro erano allo stadio Olimpico, per tifare giallorosso, e all’ippodromo delle Capannelle per puntare sui cavalli. Uno spasso, partite e corse, perché lui, imperturbabile, osservava con uno straniamento alla Brecht quella varia umanità eccitata, accaldata, infervorata nello spasimo del risultato. Dalla Capitale vissuta a quella raccontata. Il curioso, tradizionale, cattolico romano Andreotti è stato un esegeta della sua città. Non tanto e non solo dei posti, ma dei personaggi. Come in «Piccola storia di Roma», pubblicato nel 2000. Dove a Romolo e Remo riserva una battuta al fulmicotone: «Come dimenticare che quando i romani erano solo due, l’uno uccise l’altro in una disputa sul primo piano regolatore?». E dove riserva grandissimo spazio al Papato, senza negare i difettacci del clero. Di Andreotti «vaticano» si possono scrivere pagine e pagine tanto precoce, frequente e lunga è stata la frequentazione delle stanze oltretevere. Portava questo essere romano e papalino, dunque la quintessenza del capitolino, come una bandiera.
Essere e sentirsi romano era la sua bandiera
di Lidia LombardiNei flashback di Giulio Andreotti c’era «er sor Capannna». Lui se lo rivedeva proprio nella piazzetta di Campo Marzio, il rione dov’era nato. «Accompagnava con la chitarra...