Politica

Meno parlamentari. Subito

di Beniamino Caravita...

di Beniamino Caravita Le riforme costituzionali sono urgenti e necessarie quanto gli interventi economici e sociali: è opportuno dunque fare chiarezza sui problemi sostanziali. La vera emergenza istituzionale non è la legge elettorale, bensì il bicameralismo e il numero dei parlamentari. È fuori discussione che il bicameralismo italiano non funziona e può essere mantenuto solo differenziando le funzioni e riducendo drasticamente il numero dei parlamentari, ad esempio 400 deputati e 150 senatori. E, allora, il primo messaggio potrebbe essere proprio quello della immediata modifica, già entro la fine dell'anno, del numero dei parlamentari e l'eliminazione della fiducia da parte di tutte e due le Camere. Quali che siano la forma di governo e la forma di stato, 945 parlamentari sono troppi: 550 sarebbero più che sufficienti e la doppia fiducia non è necessaria. Peraltro, dopo una tale riforma si potrebbe votare anche con questa legge elettorale, che garantisce comunque la maggioranza nella Camera. La seconda priorità è quella della forma di governo: vogliamo mantenere la forma di governo parlamentare, assecondare la spinta verso quella semipresidenziale, intervenire introducendo quella presidenziale pura? Esclusa quest'ultima, le altre due hanno pro e contra. A favore di quella semipresidenziale gioca la maggiore legittimazione politica che deriva dalla scelta popolare del Capo dello Stato e la rapidità della individuazione del vincitore. A favore di quella parlamentare, gioca il ruolo di mediatore del Presidente, che manca invece in quella semipresidenziale, e soprattutto la possibilità di evitare contrapposizioni, sempre pericolose nel nostro Paese. Le due forme di governo si portano dietro sistemi elettorali diversi, che devono comunque prevedere la possibilità di scelta degli eletti: proporzionale selettivo per una rafforzata forma di governo parlamentare; maggioritario a doppio turno per quella semipresidenziale. E scelte organizzative diverse: la prima impone l'approvazione di una seria legge sui partiti; la seconda richiede una rigida disciplina dei meccanismi di scelta dei vertici delle istituzioni. La terza priorità è quella della revisione del Titolo V della Costituzione sull'organizzazione regionale e locale. E poi, certo, riforma della organizzazione costituzionale in materia di giustizia e sicuramente altre attività di manuntenzione costituzionale. Se questo è il quadro, è necessario capire quale sia lo strumento adeguato. Una soluzione è sicuramente quella di una Convenzione mista, composta da parlamentari e tecnici, rimanendo aperto il tema delicato dei poteri. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di far funzionare, sulla base di una comune mozione di indirizzo, le Commissioni Affari costituzionali, supportate da un ristretto gruppo di esperti, insediato presso il ministro per le Riforme. L'altro tema delicato è quello dell'opportunità di una unica legge costituzionale. Non perché non si possa, ma perché non conviene, giacché su quell'unico testo si scaricherebbero tutte le tensioni. Meglio, forse, una prima legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari e l'abolizione della doppia fiducia; poi occorre prendere la decisione sulla forma di governo, eventualmente attraverso un referendum consultivo sulla forma di governo. Infine, tre leggi costituzionali: una prima per organizzare la forma di governo, approvando contemporaneamente la legge elettorale; una seconda per rivedere il titolo V; una terza per le riforme della giustizia e le altre questioni di manutenzione costituzionale.

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