Poche righe affidate ad una nota ufficiale: «Letta merita il sostegno di tutto il Pd. Pur in condizioni non semplici e con l’esigenza di un compromesso, questo governo ha freschezza e solidità. Saprà affrontare le difficoltà e le sfide che il Paese ha di fronte». Il pensiero di Pier Luigi Bersani è tutto racchiuso in questo stringato commento. Anche perché c’è poco da aggiungere. Nonostante il premier-vicesegretario, il Pd è il grande sconfitto di questa giornata. Lascia a Pdl, Scelta Civica e tecnici tutti i ministeri di peso. Ed è costretto a dividersi i restanti tra le varie correnti. Così la lettiana Maria Chiara Carrozza ottiene l’Istruzione, il «giovane turco» Andrea Orlando l’Ambiente, Area Dem piazza Dario Franceschini ai Rapporti con il Parlamento, il renziano Graziano Delrio (ma in realtà il diretto interessato gioca una partita più personale che di squadra) agli Affari Regionali e il dalemiano Massimo Bray ai Beni Culturali. Un bottino piuttosto magro. E pensare che ieri mattina, prima di sedersi al tavolo per le ultime e decisive trattative con il Pdl, Letta aveva incontrato Bersani. Con quest’ultimo che aveva «alzato la voce» pregando il collega di recapitare un messaggio a Silvio Berlusconi e a i suoi: il governo non si fa a tutti i costi. Messaggio che evidentemente è stato riportato in maniera sbagliata. Perché alla fine l’impressione è che il Pd abbia deciso di far nascere un esecutivo a «tutti i costi», cercando di accontentare quanto più possibile le richieste altrui. Il fatto stesso che Bersani senta la necessità di sottolineare che «Letta merita il sostegno di tutto il Pd» la dice lunga sull’aria che si respira all’interno del partito dove, già da giorni, c’è chi si dichiara pronto a non votare la fiducia. Certo, ieri i «dissidenti» sono apparsi più disponibili a rivedere le proprie posizioni. Anche perché big «ingombranti» come Massimo D’Alema, alla fine, sono rimasti fuori dai giochi. Ma il malessere c’è e l’impressione è che la riunione del gruppo della Camera prevista per domani mattina prima del voto di fiducia, possa diventare occasione per una discussione tutt’altro che pacata. Eppure più che il presente è il futuro a preoccupare i Democratici. Perché al di là delle recriminazioni e dei necessari compromessi le scelte di Letta sembrano evidenziare un progetto politico chiaro. Che rischia di chiudere definitivamente la stagione del Pd. Difficile non notare, ad esempio, che la squadra che oggi giurerà al Quirinale, salvo qualche eccezione, guarda più ai valori del Partito popolare europeo che a quelli della socialdemocrazia. E sembra altrettanto difficile che, dopo un anno (o forse più) a Palazzo Chigi, magari dopo aver realizzato riforme importanti, il premier decida di farsi da parte. Se due indizi fanno una prova è chiaro che questa è l’occasione, per Letta, di costruire la sua candidatura per le prossime elezioni. Alla guida di cosa? Di una formazione moderata che, «depurata» della destra (nessun ministro ex An nel nuovo esecutivo) e della sinistra più radicale (idem), possa puntare a raccogliere la netta maggioranza dei consensi. Con questa operazione si riavvia, di fatto, quella scomposizione del sistema politico che sembrava potersi creare attorno alla candidatura di Mario Monti. Anche allora pezzi del Pdl e del Pd erano pronti a migrare altrove ma poi erano stati costretti a fare marcia indietro. Oggi l’operazione, forse, ha qualche possibilità in più di riuscita. Non fosse altro perché, alla fine dell’esperienza di governo, i diretti interessati potranno intestarsi gli eventuali risultati positivi ottenuti. Uno scenario che di certo non fa piacere a Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, infatti, rischia di arrivare al momento decisivo del voto senza poter contare sui cavalli di battaglia (taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti, riduzione dei parlamentari, politiche che rilancino l’occupazione) che, nel frattempo, gli sono stati scippati dall’esecutivo. La sua speranza sarebbe quella di ripetere lo schema che, nel 2008, vide Romano Prodi a Palazzo Chigi e Walter Veltroni alla guida del Pd. Con il secondo che, dopo il fallimento del primo, si trovò davanti spalancata la strada della premiership. Per fare questo, però, Renzi deve decidersi a correre per la segreteria dei Democratici. Il 4 maggio è convocata l’Assemblea che dovrà stabilire tempi e modi del congresso. Oltre che nominare il «reggente» del partito (si fa il nome di Guglielmo Epifani). Forse verrà rimandata, ma questo non giustifica la melina di Matteo. Che rischia di non recuperare più il tempo perduto.
Il Pd non conta più niente. E si vede
Esecutivo a trazione moderata e ministeri di peso nelle mani di Pdl e montiani I Democratici devono accontentarsi di posti di rincalzo divisi tra le correnti
