«Abbiamo trattato per la formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero stati ministri in precedenti governi. Così abbiamo contribuito a fare il governo in poco tempo». Silvio Berlusconi ha cancellato così, poco dopo l’annuncio di Enrico Letta sulla formazione della nuova squadra di governo, le illazioni che lo volevano irrigidito su alcuni nomi. E in effetti nel nuovo esecutivo non è finito nessuno di coloro che per giorni avevano alimentato il totoministri. Il «no» a personalità che erano già state al governo è stato deciso nella tarda serata di venerdì quando è stato chiaro che il premier incaricato da Giorgio Napolitano non avrebbe potuto accettare quei candidati. La richiesta era quella di un cambiamento, di volti giovani che dessero un segnale di discontinuità con il passato. E ieri mattina, in quasi tre ore di colloquio con il vicesegretario del Pd, è stato raggiunto l’accordo definitivo. Insieme al Cavaliere sono andati a Montecitorio Angelino Alfano e Gianni Letta. Ed è stato soprattutto quest’ultimo a svolgere il ruolo di mediazione per arrivare a un punto di incontro che sbloccasse gli elementi ancora di maggiore contrasto. Che erano i ministeri dell’Economia e della Giustizia e la battaglia sull’Imu. E il Cavaliere, alla fine, ha incassato una vittoria quasi totale. «È stato bravo – ammette un parlamentare del Pdl – perché ha alzato il prezzo ed è riuscito a portare a casa quello che voleva realmente». Nel governo che oggi giurerà quasi tutti i ministeri più importanti sono finiti al Pdl: gli interni ad Angelino Alfano, la Sanità a Beatrice Lorenzin, le Infrastrutture a Maurizio Lupi. Ma anche su altre caselle di peso la volontà di Berlusconi è stata rispettata: Anna Maria Cancellieri al ministero della Giustizia è un nome che può far stare relativamente tranquillo il Cavaliere, così come la scelta di mettere il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni al ministero dell’Economia. Berlusconi fino a venerdì sera aveva insistito con il «no» a ministri tecnici. Spingendo avanti per quell’incarico Renato Brunetta. Ma quando ieri mattina è stato chiaro che Enrico Letta non avrebbe mai potuto accettare quel nome, ha ripiegato sulla scelta del direttore generale della Banca d’Italia. Uomo ben diverso da Vittorio Grilli o da Giulio Tremonti, inflessibili nelle loro scelte. Con Fabrizio Saccomanni, ragionano i vertici del Pdl, si può anche discutere e magari riuscire a «portare a casa» qualcosa. Come appunto la riduzione dell’Imu. Un punto sul quale Berlusconi ha spiegato di non poter tornare indietro perché è stato il suo cavallo di battaglia elettorale. Ma il quintetto che è entrato a far parte del governo segna anche la vittoria delle «colombe» nella battaglia interna del Popolo della Libertà. Nessuno di loro fa parte dell’ala più estremista – quella ad esempio di Daniela Santanché – poco incline a entrare in un esecutivo insieme al Partito Democratico. Quelli, insomma, che hanno sempre spinto perché si tornasse subito al voto. Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin sono tutti rappresentanti del gruppo di Angelino Alfano, la parte più dialogante del partito. Quella alla quale ora toccherà il compito di sostenere il governo. Intanto Silvio Berlusconi, in un’intervista registrata quando era a Dallas per il canale Fox News, ha escluso di candidarsi di nuovo a presidente del Consiglio: «No, sono stato premier per nove anni e quando non lo sono stato ero il leader dell'opposizione». Poi, ha aggiunto: «Purtroppo abbiamo avuto un governo di tecnocrati fortemente influenzati dall'Europa. L'austerity può dare risultati, ma è negativa quando ci si trova in mezzo alla recessione».
Il Cav: «Mai messi paletti»
Successo Berlusconi ottiene i ministeri più importanti E Cancellieri alla Giustizia è un nome che può garantirlo
