di Francesco Damato Sembra dunque viaggiare verso la destinazione giusta il convoglio della crisi di governo che Giorgio Napolitano, dopo la imprevista e fortunata conferma, ha voluto e saputo tirare fuori dal binario morto in cui l'aveva imprudentemente portato Pier Luigi Bersani la sera del 28 marzo. Quando l'ancora segretario del Pd non volle rinunciare al "pre-incarico" e al suo strampalato progetto di un Ministero minoritario. La formazione del governo di larghe intese, o come altro vorranno chiamarlo lo stesso capo dello Stato, il presidente incaricato Enrico Letta e gli altri impegnati a realizzarlo, è ormai questione non più di giorni ma di ore. Sta finendo la lunga, troppo lunga, agonia del governo tecnico di Mario Monti, nato in eccezionali circostanze il 16 novembre 2011 fra le proteste di alcuni, la rassegnazione di altri e le speranze di altri ancora, anche le nostre, qui a Il Tempo diretto allora da Mario Sechi. È probabile che Napolitano abbia ragione ad attendersi sul governo uscente "un giudizio più equanime quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale", come ha detto lunedì scorso nel messaggio letto al Parlamento dopo il secondo giuramento da presidente della Repubblica. Ma è indubbio che Monti non abbia speso al meglio gli ultimi mesi del suo lavoro a Palazzo Chigi: almeno, diciamo, da metà dicembre. Quando, a dispetto dei circa quattro miliardi di euro incassati più del previsto dall'Imu, s'incaponì nel sostenerne la conferma sulla prima casa. Il cui gettito equivale all'incirca a quella cifra. E con Bersani regalò al Cavaliere una fortunata campagna elettorale, promettendo poi modesti aumenti di franchigia tra baciucchiamenti di cani da salotto. Una cosa di cui farebbe bene a ricordarsi anche il presidente incaricato in queste ore, resistendo a chi gli raccomanda su di un tema così sensibile per le famiglie irrigidimenti o espedienti da partito preso. Stiamo insomma tornando finalmente non ad un governo, uno purchessia, ma al nuovo governo imposto da una doppia emergenza: quella purtroppo vecchia della crisi economica e finanziaria e quella nuova di un risultato elettorale neutro. Un governo che nasce dalla sconfitta auspicabilmente non momentanea dell'ala più intransigente e filogrillina del Pd, che non sa vivere d'altro che di antiberlusconismo, e dalla disponibilità responsabilmente offerta dal Cavaliere a non profittare delle difficoltà dei suoi avversari per trascinarli verso un'altra, per loro più disastrosa, campagna elettorale anticipata. Ancora ieri, curiosamente, mentre in prima pagina, evidentemente con notizie più aggiornate, annunciava che "il ritorno di Berlusconi da Dallas" avrebbe "semplificato tutto" sulla strada di Enrico Letta, l'intrigante ma insospettabile "Foglio" filoberlusconiano di Giuliano Ferrara offriva all'interno un lungo esame psicoanalitico del Cavaliere. Che risultava tentato da due figure nelle quali sicuramente eccelle ma che in questo passaggio drammatico della politica non sono francamente conciliabili: lo "statista" e il "venditore". Statista come nell'autunno del 2011, quando preferì la responsabilità nazionale all'orgoglio ferito con i soliti schiamazzi di una piazza inferocita e lasciò il campo a Monti, pur avendo resistito in Parlamento a tutti gli assalti all'arma bianca tentati dal suo ex alleato Gianfranco Fini. Che - mi permetto di ricordare - si era asserragliato in un ufficio, quello di presidente della Camera, destinato a diventare il suo sepolcro elettorale. Venditore di speranze come nel 1994, quando Berlusconi esordì politicamente sgominando nelle urne la falsamente "gioiosa macchina da guerra" allestita da un Pds-ex Pci, quello di Achille Occhetto, imbaldanzito dalla riuscita caccia giudiziaria a Bettino Craxi. O venditore come nelle elezioni di fine febbraio scorso, quando al Cavaliere è mancato solo lo 0,3 per cento dei voti per sorpassare la coppia Bersani-Vendola, partita nei sondaggi con più di dieci punti di vantaggio. Per quanto la situazione interna del Pd permanga confusa e rischiosa, con parlamentari tentati addirittura di negare per "caso di coscienza" la fiducia al nuovo governo presieduto dal loro vice segretario uscente e/o dimissionario, e nonostante le perduranti minacce dei soliti processi dal numero e dai tempi a dir poco sospetti, Berlusconi ha scelto la figura dello statista. Nella quale è augurabile che sappia e voglia resistere alle provocazioni che sicuramente non cesseranno. Così come Napolitano sta resistendo alla campagna denigratoria dei grillini e dei giornali fiancheggiatori, sorpresi dalla sua rielezione.
Berlusconi statista, non venditore
di Francesco...