Politica

Letta rompa con la tecnocrazia

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di Benedetto Ippolito Ieri, in tarda mattinata, il presidente della Repubblica neo rieletto Giorgio Napolitano ha conferito l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta. Il vice segretario del Pd l'ha accolto con riserva, avviandosi così a terminare finalmente l'iter iniziato in modo faticoso con le elezioni politiche di febbraio. Questo è il passaggio più importante della Legislatura, ma anche quello più delicato. La situazione del paese è drammatica, e la politica, come si è visto, non sembra assolutamente in grado da sé di gestire neanche le proprie beghe interne. In aggiunta, come Napolitano ha chiaramente detto nel suo discorso alle Camere, vi è, oltre ai problemi orizzontali tra i partiti, incapaci di comunicare tra loro, una cesura verticale tra le piazze e gli organi rappresentativi. Una situazione ormai stabilizzata, ma di difficilissima gestione. La preferenza di Enrico Letta è stata ben giustificata dal capo dello Stato: un giovane uomo politico di esperienza. Il suo profilo, in effetti, è particolarmente adatto per guidare una fase di condominio come quella che si attiverà con la fiducia. Gli obiettivi che dovranno essere conseguiti sono sostanzialmente due: riforme istituzionali e riforme economiche. La maggioranza, costituita da Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega, avrà davanti un'opposizione minoritaria molto insidiosa, perché attiva nella società e sul web, e oltretutto dotata di un potenziale giovanile dirompente. I rischi del Governo Letta, in questo senso, non verranno dal Parlamento, ma potrebbero emergere direttamente nelle piazze, attraverso il veicolo carismatico di Grillo e Vendola. Non sarà sufficiente, in ciò, la data di nascita anagrafica del premier a rendere immune l'esecutivo dal pressing che riceverà. Molto importanti saranno, invece, i ministri scelti insieme a Napolitano. Non sarà possibile sapere i singoli nomi prima del pomeriggio di oggi, anche se un certo numero di segnali è già trapelato. Il prodotto finale sarà certamente la commistione tra personalità politiche, indispensabili per un Governo di larghe intese, e figure tecniche. Il modo più opportuno per evitare che l'operazione appaia una restaurazione compiuta dalla casta è la durata e il tipo di politica che sarà intrapresa. Se, infatti, dovessimo avere tre anni di condivisione di responsabilità e i risultati dovessero essere eccellenti, la bomba antipolitica verrebbe, di fatto, disinnescata. Viceversa, se il lungo decorso dovesse coincidere con un governo che fallisse i suoi obiettivi parlamentari, soprattutto nei nodi centrali delle riforme, ecco che la variabile temporale diventerebbe un volano per le forze politiche anti sistema. Siamo davanti, insomma, ad un bivio importante. La contrapposizione ideologica e la lotta di potere degli ultimi venti anni sono di fatto valicate con il compromesso Pd-Pdl, ma il prezzo da pagare è che il movimentismo pseudo rivoluzionario di contestazione della politica resta fuori dai giochi. Perciò è quanto mai fondamentale che Letta persegua soprattutto l'obiettivo economico, rilanciando le imprese, sostenendo le famiglie, facendo in modo che i risparmi dei cittadini siano garantiti e, eventualmente, investiti per rigenerare l'intera società. In tal senso, la linea economica dovrà essere in discontinuità con le scelte di Monti. Oggi noi non possiamo permetterci di eseguire diktat europei che non siano compatibili con la protezione dell'interesse nazionale e popolare, cioè delle nostre aziende e dei nostri comuni interessi. Non è stata, in definitiva, la mala politica soltanto a mettere l'Italia in ginocchio, ma anche la gestione tecnocratica seguita nell'ultimo anno. Per questo, eliminare l'Imu e non aumentare l'Iva sono due finalità che tutti attendono con impazienza. L'affidabilità di Letta, d'altra parte, potrebbe essere spesa bene anche per spingere i sindacati e le imprese a intraprendere una seria riforma del lavoro che possa ammodernare le leggi e garantire, al contempo, aumento della produzione e diminuzione della disoccupazione. E' essenziale, di conseguenza, che la gestione delle riforme istituzionali sia affidata soprattutto al dibattito parlamentare, senza rallentare l'azione dell'esecutivo. Perché, sebbene esse siano cruciali, arginare la crisi economica è un'evidente priorità. Adesso sta al giovane Letta, in fin dei conti, cucire concretamente il patto politico e condurlo a destinazione, non sprecando l'ultima occasione concessa dal Paese alle istituzioni repubblicane.

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