Politica

Pd alla resa dei conti Scatta il tiro a Bersani

Franceschini: «Sì al dialogo con il Pdl» E anche i dalemiani sponsorizzano Renzi

Era inevitabile. La sconfitta elettorale aveva lasciato troppe macerie in casa Pd perché non scattasse, prima o poi, la resa dei conti. Ma Pier Luigi Bersani sperava che la tregua resistesse fino all’elezione del capo dello Stato. Con l’auspicio che un nuovo inquilino del Quirinale «amico» osasse laddove Napolitano si era fermato: affidandogli l’incarico anche senza fiducia «certa» al Senato. Una linea che, a largo del Nazareno, in molti hanno bocciato, pur tentando di trasmettere un’immagine compatta del partito. I distinguo si limitavano ai retroscena e alle conversazioni «rubate», col presunto sfogo di D’Alema: «Questo è matto, ci sta portando allo sfascio». Ma l’intervista di Matteo Renzi al Corriere ha rotto gli argini. In altri tempi le parole del sindaco avrebbero provocato una reazione di fuoco dei big. Stavolta, invece, le manifestazioni di solidarietà al segretario sono arrivate col contagocce. Anzi, col passare dei giorni, la posizione del «rottamatore» fa proseliti. E nessuno si fa più problemi a dire in via ufficiale quanto fino a pochi giorni fa si sussurrava nei corridoi del Parlamento. «Bisogna uscire dall’incomunicabilità e abbandonare questo complesso di superiorità. Gli italiani hanno stabilito che il capo della destra, che ha preso praticamente i nostri stessi voti, è ancora Berlusconi. È con lui che bisogna dialogare». Non sono parole di Renzi, né di un suo fedelissimo. A dare il segnale di svolta al Corriere è Dario Franceschini, uno dei big del Pd più vicini a Bersani. Che, però, ora ne sconfessa la linea: «È vero che in Italia non ci sono le condizioni per una grande coalizione come in Germania, ma tra un governo in cui siano insieme La Russa e Vendola e nessun governo ci sono vie di mezzo», cioè «un esecutivo di transizione, che prenda le misure necessarie per l’economia mentre in Parlamento si fanno le riforme istituzionali». Un’apertura ovviamente molto gradita dalle parti del Pdl, mentre il segretario - in attesa di incontrare Berlusconi per trattare sul Quirinale, presumibilmente entro giovedì - è restato in silenzio. Ma mentre non si era ancora placata l’eco delle frasi di Franceschini, un’altra tegola è caduta sui Democratici. Il Secolo XIX , infatti, ieri ha pubblicato un colloquio con Rosy Bindi nel quale la presidente Dem ha accusato Bersani di «tenere in ostaggio il partito». Il segretario avrebbe dovuto fare un passo indietro, ha continuato la Bindi, e invece «non ha rinunciato, non ha voluto rinunciare, ha addirittura fatto un comunicato in cui lo ribadiva con convinzione». Poche ore dopo la pasionaria ha negato di aver mai pronunciato quelle frasi (mentre il Secolo XIX ha confermato il contenuto dell’articolo) ma la smentita non è stata accompagnata da dichiarazioni di solidarietà a Bersani. E a testimoniare l’isolamento progressivo del segretario, c’è anche il «tradimento» degli ex-fedelissimi. Da un lato il «giovane turco» Matteo Orfini che firma l’appello per far partire le commissioni anche senza la nascita del governo, distaccandosi dalla linea ufficiale. Dall’altro l’endorsement di Nicola Latorre a Renzi: «Matteo ha avuto il merito di dare voce a un sentimento che c’è nel nostro popolo - ha spiegato il dalemiano al Foglio - ed è bene che il gruppo dirigente cominci a trattare con spirito costruttivo le sue proposte. Tutti tifiamo per un successo di Bersani. Ma se dovessero esserci le elezioni il partito dovrebbe cercare una candidatura forte. E Renzi è un’ipotesi forte e credibile». L’entourage del rottamatore raccoglie consensi ma non molla la presa. Ieri a riscaldare il clima è stato Roberto Reggi a La Zanzara : «Per noi il tentativo di Bersani è morto, dovrebbe lasciare spazio a un altro».

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