Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Al novembre del 2011. Le forze politiche in fermento alla ricerca di un governo sostenuto da una maggioranza stabile. E Giorgio Napolitano costretto ad assumersi la responsabilità di trovare una soluzione. Allora fu Mario Monti e sappiamo tutti come è andata a finire. E stavolta? Per cercare di capire cosa è accaduto e cosa sta accadendo in questo ore nelle stanze del Quirinale bisogna partire dalle poche righe che il segretario generale Donato Marra ha letto al termine del faccia a faccia tra il Capo dello Stato e il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Stavolta la prassi è stata rispettata. Nessun «irrituale» intervento di Napolitano. Anche perché non c’era molto da spiegare. Così ecco lo stringato comunicato: «Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto al palazzo del Quirinale l’onorevole Pier Luigi Bersani, che gli ha riferito l’esito delle consultazioni svolte a seguito dell’incarico conferitogli lo scorso 22 marzo, consultazioni il cui esito non è stato risolutivo. Il Presidente della Repubblica si è riservato di prendere senza indugio iniziative che gli consentano di accertare personalmente gli sviluppi possibili del quadro politico-istituzionale». Insomma, posto che il leader del Pd non è riuscito a trovare una soluzione, tocca al Capo dello Stato scendere in campo per accertare «personalmente», e con una certa rapidità, gli «sviluppi possibili». Per questo oggi svolgerà un altro giro di consultazioni. Alle 11 la delegazione del centrodestra (Lega-Pdl) quindi, alle 16, il MoVimento 5 Stelle. Sono questi gli appuntamenti che, al netto di Scelta Civica (17) e Pd (chiusura alle 18.30), condizioneranno le scelte di Napolitano. Dopotutto non c’è altra strada, se si vuole far nascere un governo, che mettere d’accordo due delle tre «minoranze» presenti in Parlamento. Il Capo dello Stato, lo ha lasciato intendere affidando a Bersani il pre-incarico, preferirebbe lo schema Pd-Pdl. Ma giunti a questo punto sarebbe sbagliato affidarsi a schemi prefissati. Da qui quel riferimento agli «sviluppi possibili» che non esclude alcuna ipotesi. Compresa quella del voto anticipato o della nomina a premier di Bersani che, anche se in questo momento appare fortemente indebolito, è ancora in campo. Congelato. A ben vedere, quindi, Napolitano sta lavorando più «per» il segretario dei Democratici che «contro». Al punto che c’è chi è pronto a giurare che durante l’incontro di ieri, nonostante la lunghezza, non ci siano stati particolari momenti di tensione. E alla fine il segretario si sarebbe dichiarato tutto sommato soddisfatto dell’esito del faccia a faccia. Il perché è presto spiegato. Davanti a sé il Capo dello Stato ha ora due strade. La prima, quella preferita, mira ad ammorbidire le «inaccettabili condizioni» (Bersani dixit) del centrodestra. Che continua, e a quanto pare continuerà, a chiedere l’elezione di un proprio esponente al Quirinale. In pole position c’è Gianni Letta ma, in subordine, Silvio Berlusconi sarebbe disponibile ad accettare anche un prolungamento di Napolitano. Due strade che appaiono decisamente in salita. Se però si riuscisse a trovare un’intesa a quel punto Bersani potrebbe rimanere a Palazzo Chigi magari con un programma di governo prefissato che non abbia al suo interno interventi «punitivi» nei confronti del Cavaliere. In alternativa, però, il Capo dello Stato potrebbe anche giocare la strada delle larghe intese proponendo un premier che offra al Cavaliere le stesse garanzie. Nelle ultime ore sarebbero salite le quotazioni di Luciano Violante, uno che si è sempre opposto all’«eliminazione» per via giudiziaria del Cav. Ma restano in campo Fabrizio Barca, Annamaria Cancellieri, Fabrizio Saccomanni o un ex presidente della Corte Costituzionale (Valerio Onida?) che, magari, potrebbero essere affiancati da un ministro dell’Economia non «ostile» al centrodestra (si fa il nome di Domenico Siniscalco già ministro nel secondo governo Berlusconi dal luglio 2004 all’aprile 2005). La verità è che questa seconda soluzione potrebbe provocare una spaccatura profonda all’interno del Pd. Un rischio di cui Bersani e Napolitano hanno parlato. E che potrebbe spingere il Capo dello Stato a non forzare troppo la mano. Per questo si cercherà anche di capire se esistono margini per far cambiare posizione al M5S. Di certo, infatti, per i Democratici sarebbe più facile votare un premier diverso dal segretario insieme ai grillini che al Pdl. La verità è che tutto è nelle mani di Napolitano. Se dovesse capire di avere una possibilità di successo il presidente difficilmente si fermerà. Lo ha detto chiaramente nel suo comunicato: nessun indugio.
Ma la strada è stretta anche per Napolitano
Ultima chanceOggi il Capo dello Stato proverà a superare lo stallo e tenterà il Pdl con l’ipotesi di un premier «gradito»
