Politica

Bersani si smarca Meglio tardi che mai

Meglio tardi che mai. Pier Luigi Bersani si è deciso a prendere le distanze dai più scalmanati dei suoi compagni di partito, smaniosi di vederlo arrivare comunque in Parlamento con un governo, anche...

Meglio tardi che mai. Pier Luigi Bersani si è deciso a prendere le distanze dai più scalmanati dei suoi compagni di partito, smaniosi di vederlo arrivare comunque in Parlamento con un governo, anche senza una maggioranza precostituita al Senato, dove continuano a mancargli i numeri per la fiducia. Egli ha colto ieri l'occasione offertagli dalla domanda di un giornalista, al termine di un altro dei suoi numerosi incontri, per precisare che forse già oggi -non domani, come le agenzie di stampa avevano preannunciato raccogliendo le voci di un ulteriore allungamento dei tempi- andrà a riferire al capo dello Stato con l'umiltà impostagli dalla buona educazione politica e dai limiti obbiettivi del pre-incarico ricevuto la settimana scorsa. Andrà cioè a "riferire" e ad esprimere le sue "valutazioni" per rimettersi alla fine a quelle del presidente della Repubblica. Bersani non reclamerà quindi, nella intollerabile sfida ipotizzata da una parte forse minoritaria ma più loquace del suo partito, il conferimento di un mandato pieno per la formazione del governo, pur senza avere la garanzia di superare lo scoglio della fiducia a Palazzo Madama. Magari preannunciando, cioè minacciando, quanto meno il rischio della indisponibilità del Pd a sostenere un governo diverso dal suo. Che sarebbe il governo "del Presidente", o "di scopo", o di altra denominazione, da tempo attribuito alle intenzioni del capo dello Stato per uscire dalla paralisi determinatasi con i veti reciproci che lo stesso Bersani ha dovuto registrare nelle sue troppo lunghe e pleonastiche consultazioni, estese a sigle e persone che francamente poteva e doveva risparmiarsi per la loro irrilevanza ai fini della verifica, affidatagli con il pre-incarico, delle condizioni per garantirsi i numeri necessari alla fiducia "nelle due Camere". I primi veti, in ordine di visibilità e di chiarezza, sono quelli dei grillini nei riguardi di tutti indistintamente gli altri partiti e relativi leader, liquidati ieri dal comico genovese come "puttanieri" dopo un incontro infruttuoso dei suoi capigruppo parlamentari con Bersani in persona. Che, dopo averli a lungo inseguiti, se non corteggiati, si è deciso quanto meno ad abbozzare una risposta orgogliosa mandandoli a quel paese con sarcastici "auguri". Altri veti sono quelli sinora posti dalla direzione del Pd nei riguardi del Pdl di Silvio Berlusconi, considerati compatibili, o tollerabili, solo per una partita diversa da quella del governo e della sua maggioranza. Non la partita, reclamata dal Pdl in subordine rispetto al governo, dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, vista la imminente scadenza del mandato di Giorgio Napolitano, ma quella molto meno concreta, o più aleatoria, di una "convenzione", "commissione" o quant'altro per l'ennesimo tentativo di un'ampia riforma istituzionale. Si tratterebbe peraltro di una cosa dovuta, pur nella sua aleatorietà, per il semplice fatto che le modifiche alla Costituzione, se non si vuole rischiare di vederle bocciate da un referendum cosiddetto confermativo, come è avvenuto con quella varata dal centrodestra nel 2006, vanno approvate con la maggioranza dei due terzi di ciascuna delle due Camere. Una maggioranza quindi ben superiore a quella striminzita che Bersani si è ostinato a perseguire in questi giorni per il suo ipotetico governo, scommettendo sulla spaccatura dei grillini e/o sulla separazione della Lega dal Pdl. Un altro veto è quello dei montiani. Che, nonostante gli attacchi anche feroci del Pdl ricevuti ieri nelle aule parlamentari dal presidente del Consiglio uscente per la gestione obbiettivamente fallimentare della vicenda dei due marò italiani in India, sfociata nelle clamorose dimissioni del ministro degli Esteri Giuliomaria Terzi, hanno negato a Bersani la loro disponibilità ad un aiuto, peraltro insufficiente, al suo governo senza uno "sforzo ulteriore" di coinvolgimento del partito berlusconiano. Uno sforzo che il segretario del Pd si è guardato bene ieri dal compiere, o solo dal tentare, almeno in modo trasparente. di Francesco Damato

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