di Ruggero Guarini Le ragioni della straordinaria, apparentemente inesplicabile, e per certi aspetti toccante caparbietà con cui Pierluigi Bersani, nei suoi incontri con le varie forze in campo per tentare la formazione di un nuovo governo, si ostina a voler credere, in perfetta buona fede, di avere il sacrosanto dovere, a qualsiasi costo, preferire Grillo al Cavaliere, sono state oggetto, negli ultimi giorni, di accuratissime analisi. Ma almeno una di queste ragioni, forse la principale, è finora stata, tuttavia, se non del tutto ignorata, decisamente sottovalutata. Ed è una ragione non solo e non tanto politica, ma squisitamente esistenziale. Si tratta infatti, né più né meno, della paura di perdere la propria identità. Naturalmente questa sua paura dovrebbe sembrare un sentimento oltraggioso in primo luogo proprio ai militanti del Pd. Essa lascia infatti intravedere il segreto, inconfessabile sospetto che il solo vero tratto identitario che questo partito può sventolare al di sopra delle sue solite litanie, sia ormai quella gagliarda passione psico-politica che è appunto l’antiberlusconismo assoluto. La paura di Bersani rivela insomma che lui per primo, e tutti quei militanti che provano, come lui, un’insuperabile ripugnanza per la semplice idea di un possibile dialogo col Cav., tanto da preferirle un qualsiasi straccio di accordo col ringhioso demagogo ligure che non cessa di insultarli e umiliarli, temono, sotto sotto, che nello scrigno delle loro passioni, che è come dire in fondo al loro cuoricino, non è rimasto nessun altro anelito e miraggio fuorché il radicale rifiuto non solo dell’uomo che è, guarda caso, il politico italiano oggi più importante, ma anche di tutta quella parte del paese (oggi almeno un terzo dell’elettorato) che egli rappresenta. A questa implacabile ossessione è forse arrivato il momento, anche per gli osservatori più severi delle sue più recenti e costernanti manifestazioni, di guardare con quel sentimento di misericordia che si deve nutrire per i deliranti. Mi sembra infatti evidente che la paura che essa esprime altro non sia che l’ultimo effetto di un vecchio lutto mai finora efficacemente elaborato. Ma qui conviene forse ricordare che alla morte di quel comunismo che aveva trovato da noi la sua più fortunata espressione partitica seguì la nascita di due opposte specie di ex-comunisti; quella dei totalmente guariti e quella degli eterni convalescenti: due specie contraddistinte appunto dalla maggiore o minore profondità e schiettezza del modo in cui esse superarono quella perdita. La prima, e più numerosa è purtroppo la categoria di quegli ex-comunisti che, pur riconoscendo tutti o quasi gli errori e orrori scaturiti da quell’ antico sogno, e pur ammettendo che esso si è rivelato irrealizzabile, continuano a immaginare che sarebbe stato bello se si fosse realizzato. L’altra famiglia di ex-comunisti è invece quella dei pochissimi fra loro che hanno capito che quel sogno, comportando la trasformazione dell’umana esistenza in un campo sottoposto a continua pianificazione, si è rivelato non solo irrealizzabile, ma anche, per i suoi micidiali effetti, assolutamente indesiderabile. L’antiberlusconismo assoluto di Bersani, e ovviamente dei suoi ispiratori e dei loro fan, è forse l’ultimo prodotto di questa sempre finora mancata o incompiuta elaborazione di quel lutto. E questo è forse il vero motivo per cui, fin quando essi insisteranno in questa loro ostinazione, che anche a molti di loro sembra ormai vagamente suicidaria, li si può definire dei morti che parlano: patetici spettri che coltivano ormai una sola, immarcescibile fede: quella che circa quarant’anni fa Pier Paolo Pasolini nel più celebre dei suoi Scritti corsari, riassunse quella che resta la fondamentale persuasione di questi vecchi credenti definendo il Partito Comunista «un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico».
Bersani e le identità fantasma
di Ruggero Guarini...