n.imberti@iltempo.it Non è la prima volta che lo dice. Così, quando ieri Pier Luigi Bersani lo ha ripetuto ai microfoni di Repubblica Tv , la sua frase è sembrata un’ovvietà. «Non intendo fare due mestieri - ha detto parlando del suo futuro da segretario del Pd -, per cui nel caso che vincessi, si trova la formula per staccare subito la spina». Parole che scatenano inevitabilmente una domanda: quale sarà la formula? Ormai mancano dieci giorni alle elezioni. Poco più di un mese all’insediamento del governo e all’inizio della legislatura. È chiaro che, con tempi così stretti, è impensabile che il Pd possa passare dalle primarie per decidere il successore di Bersani. Lui stesso, è piuttosto evidente, non lo vuole. Anche perché si rischierebbe di ripetere il copione del 2006 quando Romano Prodi dovette assistere, da Palazzo Chigi, all’ascesa di Walter Veltroni che poi si trasformò nella prematura fine dell’esecutivo. Quindi niente primarie. Per ora e, forse, per sempre. Perché è chiaro che Pier Luigi vuole guadagnare tempo, ma non può rinviare in eterno il confronto con il «popolo delle primarie». Serve quindi una soluzione intermedia. Almeno fino al congresso che, a questo punto, potrebbe slittare dall’autunno 2013 ai primi mesi del 2014. L’ipotesi potrebbe essere quella di eleggere un «reggente» all’interno dell’Assemblea nazionale. Che potrebbe anche diventare la guida stabile del partito con una modifica dello statuto. Da tempo, infatti, il Pd discute sul fatto che le primarie sono un ottimo strumento per scegliere i candidati alle elezioni, ma non i leader di partito. Quelli vengono scelti dagli iscritti e dai congressi. Potrebbe essere questo, quindi, il momento giusto per correggere la direzione di marcia. Stabile o a tempo, il totonomi è già partito. Chi sarà il successore di Bersani? Anche in questo caso le sorti del partito e quelle del governo si intrecciano. Uno dei papabili è Dario Franceschini che però è già stato segretario (lui stesso lo ha sottolineato) e pensa di potersi giocare una poltrona da ministro. Anche Enrico Letta guarda più al governo che a via del Nazareno. E così la lente si sposta sui cosiddetti «giovani turchi» (i quarantenni bersaniani). Ma il più indiziato, Andrea Orlando, preferirebbe fare il capogruppo alla Camera piuttosto che il leader del partito. Eppure il sogno di Bersani sarebbe proprio quello di eleggere un «giovane» cresciuto nel Pd che possa superare la vecchia dicotomia tra ex Ds ed ex Dc. Una soluzione che gli permetterebbe anche di saltare un’estenuante trattativa con tutte le anime del partito. Ma lungo la propria strada il candidato premier del centrosinistra dovrà necessariamente affrontare due nodi. Il primo è quello che riguarda Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze non è interessato alla segreteria, ma potrebbe comunque lanciare un proprio nome o sostenere uno dei possibili outsider (si fanno i nomi di Giuseppe Civati e Laura Puppato). Il secondo è Fabrizio Barca. Il ministro, oltre che da Giorgio Napolitano, è molto apprezzato all’interno e all’esterno del Pd. Il suo nome non figura tra quelli dei tecnici che Bersani vorrebbe portare al governo (il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni e Pier Carlo Padoan, capoeconomista e vicesegretario generale dell’Ocse) e lui stesso non è interessato. Negli ultimi mesi ha rifiutato tutte le candidature che gli sono state offerte (dal Parlamento al Campidoglio). Il suo obiettivo è evidentemente la segreteria. È anche quello di Bersani?
Pier Luigi pensa alla successione con le incognite Renzi e Barca
Nicola Imbertin.imberti@iltempo.it Non è la prima volta che lo dice. Così, quando ieri Pier Luigi Bersani lo ha ripetuto ai microfoni di Repubblica Tv, la sua frase è sembrata un’ovvietà. «Non...
