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Ma i gruppi italiani sono i meno esposti alla speculazione

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Anzia distanza di qualche anno nulla è cambiato. La finanza strutturata continua ad essere l'investimento principale delle banche mondiali. I derivati sono aumentati nel 2011 fino a raggiungere circa un quarto dell'attivo delle banche europee e circa il 40% di quelle americane. Un'indagine di Studi e Ricerche di Mediobanca stima che una perdita di valore del 10% del portafoglio derivati rappresenterebbe il 55% del patrimonio netto delle banche europee e il 59% di quelle Usa. Nel 2012 uUn quarto dell'attivo bancario in Europa è costituito da derivati che hanno registrato un incremento del 33% salendo a quota 1.453 miliardi. A fine anno rappresentavano da soli il 53,2% del Pil aggregato europeo, contro il 42,8% del 2009. Al top la Svizzera con un'incidenza sul Pil del Paese pari al 254%, seguita da Regno Unito (106,2%), Francia (55,3%), Germania (38,4%), Olanda (22,4%), Spagna (15,3%) e Italia (10,7%). La quasi totalità dei contratti derivati in Europa è detenuta per attività speculative (il 97%) e una perdita di valore del 10% del portafoglio rappresenterebbe il 55% del patrimonio netto delle banche europee. Dal 2010 al 2011 nelle banche europee l'incidenza sul pil dei titoli in portafoglio è crollato dal 48% al 40,1% mentre quella dei derivati è balzata dal 41,3% al 53,2%. In Europa i derivati sono arrivati a quota 5.854 miliardi, più della metà del pil continentale. Diverso il discorso in Italia, dove lo stesso studio ha evidenziato che il rischio-derivati che «gli istituti americani ed europei hanno in pancia non è minimamente confrontabile con quello delle banche italiane, visto che guardando alle grandi banche, si scopre che l'ammontare dei contratti derivati è pari a 8,7 volte il loro patrimonio netto tangibile negli USA, a 6,7 volte in Europa e solo a 2,4 volte in Italia». Una buona notizia per la Penisola che però non rincuora visto che ormai la globalizzazione finanziaria incide in maniera netta su tutti gli istituti bancari. L.D.P.

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