Politica

Manca solo l'accusa di non aver previsto il terremoto

L'Aquila crollava, la procura intercettava. Mentre Bertolaso organizzava i primi soccorsi e riuniva i suoi uomini, la magistratura ascoltava, spiava. Meccanicamente, freddamente, cinicamente. Cari lettori de Il Tempo, sono abituato a tutto, ma leggere questi verbali mi ha indignato: vedere quei drammatici colloqui tra gli atti allegati all’inchiesta, pochi istanti dopo la scossa che distruggeva la città abruzzese, per me è un’altra prova che qualcosa nell’ingranaggio di questo Paese s’è rotto. Irrimediabilmente. Bertolaso in quelle ore terribili faceva il suo dovere. Che senso ha infilare le sue conversazioni nell’indagine? Ci ho riflettuto e ho capito che persino un evento come il terremoto, in questo perverso meccanismo accusatorio, può finire per diventare oggetto di interpretazione dietrologica e di sospetto. Basta leggere il documento di sei pagine per capire che cosa si insinuava e dove si voleva arrivare: Bertolaso e i suoi non hanno previsto il terremoto. Non occorre essere un vulcanologo per sapere che se la terra trema, non ti avverte prima con una telefonata. Soprattutto nelle zone dove l’attività sismica è continua come all’Aquila. Al capo della Protezione civile viene riservato l’onore dell’intercettazione anche in quelle ore. Gli italiani si risvegliano di fronte a un dramma collettivo, uno dei tanti di questo martoriato Paese, con le immagini della devastazione e della morte, ma non sanno che Bertolaso è osservato speciale, registrato con perizia kafkiana, inspiegabile, assurda, inesorabile. Tutto crolla e qualcuno lo ascolta.   C’è qualcosa di storto e deviato in questa storia, nella distruzione sistematica di ogni icona positiva del Paese. Basta leggere le ordinanze dei magistrati e prestare attenzione al linguaggio usato. Non è mai imparziale, attento a non far pesare il piatto della bilancia della giustizia da una parte o dall’altra, non si premura di essere essere oggettivo, distaccato. Non è quasi mai sereno. E’ fatto di insinuazioni, costruito come una fiction, narrativo ma con la sintassi scadente, il lessico povero e a tratti surreale, la punteggiatura sregolata. Questo disfacimento della forma è il segnale più evidente che siamo di fronte a un fenomeno patologico, uno scadimento generale. Su Bertolaso non c’è traccia di un passaggio di denaro a lui destinato e allora si cerca la «ripassata» perchè il presunto colpevole non si concede una «rilassata».   Siamo giunti, noi, proprio noi, gli italiani, al sesso come ultima risorsa accusatoria, prova principe del teorema, pistola fumante di ogni trama da svelare. Per inchiodare Bertolaso al suo stato di corrotto e vizioso senza possibilità d’appello in queste ore si rovista tra camere da letto, lenzuola, lettini per massaggi, appuntamenti, brasiliane. Attendiamo con ansia la caccia al preservativo (sì, pure quello è finito negli atti dell’inchiesta) e l’indagine in stile Csis per scovare tracce e inchiodare il capo della protezione civile alle sue pesanti responsabilità in materia di ars amatoria. Lui, poverino, nega. A che serve? E’ già colpevole, non si rende conto di non avere alcuna possibilità di fronte a un mostro che divora tutto. I suoi vizi privati - ammesso che ne abbia mai coltivato qualcuno - saranno la sua colpa eterna. Punto. Quando si giunge a intercettare un uomo che fronteggia un terremoto - - il momento forse più difficile di tutta la sua carriera - quando quelle parole vengono fascicolate e inserite con perizia burocratica nel circuito giudiziario, significa che il tritacarne non si ferma davanti a niente e che per Bertolaso si apre solo un abisso di rivelazioni, insinuazioni, ricostruzioni di un’esistenza che non è né reale né virtuale, è semplicemente la proiezione di un faldone investigativo. Eppure le intercettazioni che pubblichiamo in queste pagine, cari lettori de Il Tempo, raccontano un’altra storia, ci restituiscono un uomo diverso da come viene dipinto in questi giorni. Un signore che fa il suo dovere, cerca di ragionare con calma di fronte a un fatto che s’annuncia carico di morte, si prodiga di consigli e s’accerta che la macchina dei soccorsi parta con il piede giusto. Non ci sono urla, esclamazioni, ma il ruolino di marcia di chi sa fare il suo mestiere ed è addestrato per salvare uomini, donne e bambini. Nonostante le macerie umane che emergono in questa storia, ho trovato tutto questo confortante: è nell’emergenza che svetta l’uomo con il senso dello Stato. Bertolaso verrà massacrato ancora per giorni e giorni, dovrà patire l’umiliazione di un’esistenza violata, dovrà spiegare e spiegarsi, ma rispetto a tutti gli attori che abbiamo visto comparire sulla scena di quest’inchiesta, è un uomo che sa distinguere il bene dal male. Lui, la notte del crollo dell’Aquila veniva spiato mentre era in prima linea, non si trasformava in sciacallo che rideva, non pensava agli appalti milionari. Faceva una cosa inestimabile: salvava vite.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.