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Se questo è un corrotto

Guido Bertolaso ad Haiti

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Il cinismo dei giornalisti è grande, raggiunge vette incomprensibili per chi non ha mai messo piede in un quotidiano. Noi cronisti siamo abituati a tutto. Di fronte alle più grandi tragedie il nostro humour nero prende subito il posto della sorpresa, dello sbigottimento. È il modo che abbiamo di esorcizzare la difficoltà di certe situazioni, spesso terribili. Oggi confesso di sentirmi smarrito. La notizia di Guido Bertolaso indagato per corruzione mi lascia di stucco, stento davvero a crederci e non riesco a trovare una battuta liquidatoria e dissacrante, un epitaffio per seppellire sveltamente la vicenda e via... avanti un altro, c'è posto per tutti nel cimitero dei miti infranti. Ma c'è qualcosa che non quadra, il mosaico resta incompiuto e nell'aria volteggia come un avvoltoio il dubbio. Credo che si sentano così milioni di italiani. Guardate bene la foto che pubblichiamo sulla nostra prima pagina e ditemi, cari lettori de Il Tempo, vi sembra l'immagine di un corrotto? Questo mestiere scartavetra l'anima, indurisce ogni pietà, corazza i sentimenti e spesso ci rende impenetrabili, ma io continuo a pensare che un uomo pronto a sfidare ogni sorte per salvare le vittime del terremoto, un uomo che ha scavato con le sue nude mani, un uomo che ha urlato al mondo la sua rabbia per i ritardi e il circo mediatico di Haiti, quell'uomo non può essere una maschera dietro la quale si celava il volto di un volgare mazzettaro. Bertolaso non ci è mai apparso come un Azzeccagarbugli degli appalti, per gli italiani è diventato il simbolo di quella parte del Paese che si risveglia quando pensi che tutto sia perduto. Un simbolo di generosità, efficienza, organizzazione, talento, tutto quello che spesso non sappiamo essere nei giorni normali, ma quando c'è l'emergenza, la catastrofe, il colpo letale, ecco che l'italiano scopre di essere popolo e non solo individuo. Bertolaso è (o era?) l'icona dei nostri momenti belli e terribili, quelli in cui scopriamo di essere una nazione solidale, un popolo con una storia, una patria, una bandiera. Un'inchiesta rischia di distruggere questo mito. Attenzione, non si tratta solo di un terremoto politico che riguarda il governo. Qui c'è in ballo qualcosa di più grande, di altamente simbolico: sono in gioco concetti come fiducia e speranza. Fiducia in un medico che ha accompagnato l'ultimo viaggio di Papa Giovanni Paolo II nella Città Eterna, ripulito le vie di Napoli dalla monnezza e dalla vergogna planetaria, aiutato l'Aquila a credere che dopo la morte e il lutto c'è ancora un futuro; speranza in uno Stato che nella pubblica amministrazione ha anche i suoi bravi e onesti servitori. Niente. Puf! Sogni svaniti, miti infranti. Arriva la magistratura. Tintinnano le manette. Bertolaso finisce nella polvere. Anche lui, il risolvo-problemi, il medico-eroe, entra nella parte del presunto colpevole.  La condanna preventiva c'è già, la giustizia un giorno forse seguirà. È una giungla in cui sta diventando impossibile distinguere il vero dal falso, il male dal bene, il buono dal cattivo. Speriamo tutti nell'innocenza di un uomo come Guido Bertolaso. In attesa del verdetto, qualcuno in questa storia ci ha rubato freddamente un altro pezzo della nostra italiana innocenza.

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