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Il dolore e l'abbraccio

Il dolore e l'abbraccio

Il piccolo Simone in braccio alla mamma osservano il passaggio delle bare.

Un caschetto biondo sotto il basco amaranto. Simone si guarda intorno smarrito. In braccio a mamma Stefania è ammirato dai quei due giganti in divisa bianca, i corazzieri, là all’inizio della lunga fila di persone sulla pista dell’aeroporto. Si volta verso tutti quegli uomini che portano la stessa divisa di papà. La mamma gli sussurra all’orecchio chi è tutta quella gente: «C’è il presidente della Repubblica. Ci sono tante persone importanti. Sono qui per salutare papà». Simone, due anni, agita la manina e saluta quelle bare avvolte nel tricolore uscite dalla pancia di quel grosso aereo. Tra quei feretri c'è anche quello del suo adorato papà Roberto, sergente maggiore del 186°Reggimento Folgore.

Il papà lo aveva salutato appena pochi giorni fa. Avevano trascorso tante ore insieme. Simone, piccola vittima della barbarie. Simbolo, con quel basco da parà, dell'orgoglio nazionale. Piccolissimo nella sua maglietta celestina e i suoi occhioni birbi che scrutano il mondo e riescono a far sorridere anche nonna Lucia. La moglie del sergente Valente abbraccia Gianfranco Paglia, su una sedia a rotelle per un proiettile alla schiena rimediato in Somalia in missione di pace. Stefania vuole presentare quell'amico di papà al piccolo Simone ma, come tutti i bambini lui si schernisce di fronte all'«estraneo» e torna a toccare la sciabola da ufficiale posta sul feretro che racchiude il suo genitore. Coraggioso e forte come papà, Simone alla fine anche lui soccombe al dolore.

Durante la camera ardente al Celio, con tutta quella gente sconosciuta che in lacrime gli passa accanto stringendo le bandiere tricolori, i singhiozzi che riempiono la chiesetta dell'ospedale militare, Simone inizia a piangere e lo zio lo porta fuori. Lontano da quella cappa di dolore. Un altro bambino, orfano per mano talebana, Martin sette anni, assente ieri all'arrivo della salme, oggi sarà nella Basilica di San Paolo per pregare per il suo papà: il tenente Antonio Fortunato. La chiesa dell'ospedale militare è troppo piccola per contenere lo strazio dei parenti dei sei paracadutisti uccisi da un kamikaze. Il dolore è enorme. Arriva al cuore. L'anziana mamma di Roberto Valente, lo sguardo smarrito che fissa il tappeto rosso, è seduta dando le spalle al feretro. Nei suoi occhi sembra di scorgere tutti i ricordi che la legano la figlio. Più in là la famiglia di Davide Ricchiuto è seduta intorno alla bara. Occhi arrossati senza più lacrime.

«Come sto? - risponde il padre di Davide a chi cerca di fargli forza - stavo meglio quando c'era lui ma mio figlio è morto per questa Patria e troverò la forza per andare avanti». «Vado fiero di mio figlio», dice il padre di Matteo Mareddu chiuso in un dolore composto. I genitori di Gian Domenico Pistonami si abbracciano davanti al feretro del figlio e stringono le mani alle centinaia di visitatori venuti a rendere l'ultimo saluto ai sei militari uccisi. «I genitori sono forti come il figlio - spiega tra le lacrime una zia di Gian Domenico - sono persone di una grandissima dignità e vanno fiere di lui. Però non doveva succedere». La fidanzata di Gian Domenico, il sogno di una vita insieme svanito in quell'esplosione di Kabul, è sdraiata in terra abbracciata alla bara: parla alla foto che tiene in mano. Parole sussurrate d'amore e dolore. Tanti occhiali scuri, una rosa, un fiore accanto alle foto dei sei parà poste su ognuna delle bare avvolte dalla bandiera. Le psicologhe dell'Esercito sono accanto ai familiari. Spossati dalla tragedia che li ha colpiti.

Ma con una fierezza mai vista che si materializza pochi istanti dopo l'apertura della camera ardente allorquando tre dei quattro soldati rimasti feriti nello stesso attentato arrivano a rendere omaggio ai loro commilitoni. Dinanzi alle bare scoppiano in lacrime e abbracciano i familiari delle vittime. Sono visibilmente scossi e uno di loro non smette di tremare. Ad accompagnarli altri parà che li sostengono e cercano di dare loro forza. «Non piangere, sii forte, per me sei come un figlio», ha detto la mamma di uno dei caduti a uno di loro. «A noi è andata bene - diranno poi all'uscita dalla chiesa - Un motivo in più per tornare in Afghanistan per continurae il lavoro e rendere così il vero tributo a questi sei nostri amici che ora stanno in quelle bare».

Ieri a Ciampino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha reso omaggio ai sei caduti. Una mesta cerimonia tristemente vista altre volte. Le note del silenzio che squarciano l'aria e zittiscono persino il rombo dei jet. Le polemiche pretestuose su quest'ultimo viaggio si sciolgono nel dolore dei familiari, nella commozione del ministro della Difesa La Russa, di Gianni Letta. Ma anche dei tanti uomini in divisa che impettiti sull'attenti trattengono a stento le lacrime. Quelle lacrime che oggi riempiranno gli occhi di migliaia di italiani che assisteranno ai funerali di Stato nella Basilica di San Paolo o a casa davanti alla televisione. Perché al di là delle chiacchiere di politici e giornali, il popolo resta unito. E oggi lo sarà ancora di più abbracciando Simone e Martin: orfani adottati da tutti.

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