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La Cdl: «Prodi si dimetta se l'Unione non ha i voti»

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Romano Prodi esprime soddisfazione, Piero Fassino fa notare come i distinguo nel centrosinistra sono stati irrilevanti, ma l'attenzione si sposta ora al Senato, dove il provvedimento dovrebbe approdare in aula il 27 marzo. Ieri un autorevole esponente della maggioranza, il presidente della commissione Esteri della Camera Umberto Ranieri, faceva notare che se dovessero mancare i fatidici 158 voti di senatori eletti «non potremmo evitare una seria riflessione su problemi politici che non possono essere aggirati». Dochiarazione citata anche nelle dichiarazioni di voto dell'opposizione a Montecitorio, e che viene letta in ambienti della sinistra radicale come un segnale della volontà di settori sempre più ampi dell'Ulivo, e forse dello stesso Massimo D'Alema, di abbreviare la vita dell'esecutivo. Ma è lo stesso ministro degli Esteri a lanciare l'ennesimo segnale di fumo in direzione dell'ala sinistra della coalizione, bocciando apertamente la linea del premier britannico Tony Blair che ha chiesto ai Paesi Ue appartenenti alla Nato di inviare nuove truppe in Afghanistan: «Non abbiamo in programma nuovi provvedimenti — ha detto — quello che farà l'Italia è già stabilito nel decreto». Dall'opposizione intanto non si ferma il martellamento sui famosi 158 voti di senatori eletti, condizione posta dal Quirinale in occasione del recente voto di fiducia, e che la Cdl ritiene si applichi anche nel caso del voto sull'Afghanistan. Secondo il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, il mancato raggiungimento di quota 158 comporterebbe una conseguenza immediata: «Credo che il centrosinistra dovrebbe tornare coerentemente dal Capo dello Stato e dimettersi». Per Gianfranco Fini quello dei numeri del Senato «è un problema di opportunità politica». E Pier Ferdinando Casini rivendica «l'atto di responsabilità nazionale dell'opposizione» manifestato con il sì al decreto, ma avverte: «Non significa che non vi sia il dovere morale della maggioranza di essere autosufficiente». Eppure la copertura autorevole di Giorgio Napolitano su questa linea c'è: il 28 febbraio, questo è il ragionamento che si fa negli ambienti del Quirinale, il Senato ha confermato la fiducia a Prodi, che sulla politica estera e sull'Afghanistan si era ampiamente dilungato nelle sue comunicazioni. Dal punto di vista istituzionale quindi, partita chiusa: il resto è dibattito politico e riguarda i partiti. E quanto alla Cdl (Schifani ha citato direttamente il capo dello Stato e la sua richiesta di «maggioranza politica»), all'Ulivo liquidano le polemiche come «un patetico tentativo di tirare per la giacchetta Napolitano». Linea che per ora tranquillizza tutta l'Unione. Il presidente dei senatori del Prc Giovanni Russo Spena garantisce: i miei 26 senatori (il «dissidente» Franco Turigliatto è ormai nel gruppo misto) voteranno compatti, e anche Manuela Palermi, capogruppo Verdi-Pdci, non prevede sorprese ed esclude il ricorso a un voto di fiducia. Ma è una compattezza che non è detto che regga a due settimane di prevedibili polemiche e di notizie drammatiche che provengono dall'Afghanistan. «Siccome vedo che alcuni esponenti dell'Ulivo continuano a chiedere 158 voti di senatori eletti, che sappiamo che non ci saranno, il ricorso alla fiducia non si può escludere», osserva ad esempio Claudio Grassi, senatore del Prc che a luglio fu tra gli animatori della battaglia dei «dissidenti» dell'Unione. Quanto ai dissidenti, per ora confermano il no, lasciando aperta l'ipotesi di una tenue subordinata: l'uscita dall'aula per abbassare il fatidico quorum. Per l'ex Pdci Fernando Rossi «ci sono tutte le condizioni per votare contro. Ma se ricomincia la danza e va in scena un'altra commediola come l'altra volta, "se non ci sono i voti c'è la crisi e siamo tutti rovinati", allora esco dall'Aula». E Franco Turigliatto, espulso dal Prc, rincara la dose, «voterò no, a maggior ragione visto quello che sta accadendo».

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