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Gran parte delle risorse italiane sono state utilizzate nei settori sanitario e alimentare

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Non se resterà lo stesso decreto approvato sei mesi fa. Pensano ad una exit strategy. Che, tradotto, vuol dire un modo dignitoso per andarsene, per scappare dal «pantano dell'Afghanistan». Ma, al di là del fatto che la fuga non può avere alcuna dignità e che ritirarsi da Kabul significherebbe tradire il nostro impegno con l'Onu (cioè con il mondo), sarebbe bene sapere che cosa hanno fatto finora i nostri soldati laggiù. Cominciamo col dire che l'operazione Nato denominata Isaf (che sta per International Security Assistance Force) ha preso avvio da una risoluzione (la n. 1386 del 20 dicembre 2001) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La base di partenza è assistere «l'autorità afghana ad interim» a mantenere un ambiente sicuro nella città di Kabul ed aree limitrofe. La missione dell'Alleanza, come si legge nella relazione della Farnesina relativa al semestre gennaio-giugno 2006, è scattata nel 2002 con la partecipazione di 20.700 unità, di cui 1400 italiane. E, oltre a quello della sicurezza, tra i compiti dei nostri soldati ci sono la realizzazione di programmi di cooperazione e di «favorire il raccordo delle province con il governo centrale, proiettando in regioni remote l'autorità di quest'ultimo». Ma la cosa importante che viene sottolineata nel documento del ministero degli Esteri è il carattere sostanzialmente pacifico della presenza tricolore: «Un punto acquisito - recita la relazione - è che l'Isaf non svolgerà azioni offensive nella lotta contro il terrorismo, che rimarrà appannaggio esclusivo delle forze della coalizione americana». Il concetto di «missione umanitaria» viene ribadito nella relazione allegata al disegno di legge presentato da Prodi e dai ministri D'Alema, Parisi, Amato, Mastella e Padoa Schioppa il 5 luglio scorso e che contiene le «disposizioni per la partecipazione italiana alle missioni internazionali». In essa viene precisato che «la gran parte delle risorse impiegate in favore dell'Afghanistan sono state utilizzate» per interventi «nel settore sanitario e alimentare», di «sostegno al reinserimento di profughi» e per «attività di sminamento». Ancora più chiara la situazione appare analizzando il «comma 3» del ddl, che autorizzava fino allo scorso 31 dicembre la spesa per la proroga della partecipazione di soldati italiani all'Isaf. Infatti, in linea con due risoluzioni Onu, (oltre a quella del 2001, la n. 1510 del 2003), l'articolo prevede che le truppe tricolori assistano il governo afghano nel mantenimento della sicurezza a Kabul e in altre zone del Paese. Ma è ben sottolineato che «la missione mira a consolidare le istituzioni politiche afghane, ad accelerare la riforma della giustizia e a promuovere i diritti dell'uomo e lo sviluppo economico e sociale». Infine, scopo dell'intervento Nato è favorire «il disarmo, la smobilitazione e il reintegro di tutte le fazioni armate», supportando «gli sforzi umanitari, di risanamento e di ricostruzione dell'Afghanistan, contribuendo ad assicurare il necessario quadro di sicurezza agli aiuti civili» da parte dell'Ue, dell'Unesco, dell'Unicef, dell'Oms e della Fao. Riassumendo, parliamo di interventi umanitari, sanitari, didattici, giuridici, sociali. Parliamo di equità, diritti civili e disarmo. Cioè di pace. Questo è il decreto che la sinistra radicale vuole bocciare. Anche se sembra scritto da loro.

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