Il giorno dopo la sentenza del Tribunale di Roma, che ha riconosciuto il diritto di Piergiorgio Welby a chiedere di «staccare la spina» ma ha anche evidenziato la mancanza di norme che tutelino tale diritto concretamente, il mondo politico infatti continua a dividersi sui temi dell'accanimento terapeutico e della «dolce morte». Mentre la famiglia di Welby si prende ancora uno-due giorni di tempo, informa uno dei legali, per decidere se presentare appello contro il provvedimento del giudice monocratico, portandolo in una sede collegiale. Netta la posizione espressa dal leader di An Gianfranco Fini, che già aveva definito un omicidio l'eventuale accoglimento della richiesta di Welby e che ribadisce il suo «no» all'eutanasia. Ma aggiunge anche che, sul caso, «è in atto una volgare strumentalizzazione politica». Accusa cui risponde prontamente il segretario dell'associazione Coscioni Marco Cappato, che imputa invece a Fini di voler negare «dignità politica alle scelte compiute dal nostro co-presidente» e di trattarlo «come persona incapace di intendere e di volere». L'esponente radicale puntualizza poi, pur apprezzando l'impegno del ministro Livia Turco per la definizione di accanimento terapeutico, che non di questo si tratta nel caso in questione, essendovi ancora capacità di intendere e volere, «ma del diritto di ciascun paziente a non subire un trattamento sanitario contro la propria volontà»: diritto confermato appunto, sostiene, dalla sentenza del Tribunale. Proprio di accanimento terapeutico e consenso informato parla anche la Convenzione di Oviedo, già ratificata dall'Italia, per la quale il ministro Turco annuncia la volontà di ripresentare il ddl delega di attuazione. «C'è chi immagina di utilizzare il cavallo di Troia dell'accanimento terapeutico per introdurre surrettiziamente l'eutanasia», sostiene però Maurizio Ronconi (Udc). Mentre il leghista Roberto Maroni, accusando il governo di «politiche che mirano a stravolgere le norme che tutelano la vita», rivendica al solo Umberto Bossi il titolo di poter «parlare di questi temi perché ha vissuto il dolore». Ma dalle file del centrodestra si levano anche le voci di due esponenti di Fi: «Volgare è l'accanimento terapeutico contro Welby», dice Chiara Moroni, socialista che già ha preso varie posizioni di carattere laicista. E non si può confondere, sottolinea Fabrizio Cicchitto, anche lui con un passato nel Psi e oggi vicecoordinatore degli azzurri, il diritto all'interruzione di tale accanimento, che va regolato, con l'eutanasia. «Quello di Welby è un caso palese di accanimento terapeutico» sostiene dal fronte del centrosinistra il filosofo Massimo Cacciari (Margherita), secondo il quale «altri sono i temi eticamente sensibili» che fronteggiano la politica. Circostanziata la posizione del quotidiano dei vescovi l'Avvenire. «La dignità della vita sta in tutti gli istanti, dal primo all'ultimo soffio», spiega il gironale dei vescovi italiani in un editoriale che sarà pubblicato nell'edizione di oggi ed è stato anticipato ieri. «La vita è preziosa su tutto, dentro la sua precarietà» scrive l'Avvenire vescovi che non esita a distinguere il diritto a rifiutare l'accanimento terapeutico («rifiutare quando con mezzo sproporzionati si prolunga senza frutto e con dolore la vigilia di una morte annunciata») e l'eutanasia («che è tutta un'altra cosa»). «Che poi debba essere una legge a dettare il catalogo degli accadimenti», aggiunge l'Avvenire, è «improbabile». «Sul caso di Piergiorgio Welby non mi pronuncio. Rispetto tantissimo il suo dolore e affido a Dio il suo futuro», dice infine il cardinale Tarcisio Bertone, in una delle sue prime uscite pubbliche in forma privata da quando è stato nominato Segretario di Stato della Santa Sede.
La polemica
«È strumentalizzazione politica»La Cdl difende il no all'eutanasia. Ma dentro FI non tutti sono d'accordo
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