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Libano, intervista a Geagea: “Hezbollah isolato e senza armi. Occasione storica per un vero Stato”

Foto: Lapresse

Alessandro Bertoldi
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Samir Geagea, nato ad Ain el-Remmaneh, sobborgo di Beirut, è lo storico leader politico libanese cristiano-maronita. Durante la guerra civile fu comandante delle Forze Libanesi dal 1986 al 1990 e, successivamente, ne rimase alla guida come presidente, quando il movimento si trasformò in partito politico. Oggi le Forze Libanesi rappresentano il primo gruppo cristiano in Parlamento, con 19 deputati eletti e 4 Ministri al Governo.

Presidente Geagea, in Europa, e in particolare in Italia, c’è grande preoccupazione per i cristiani del sud del Libano. Qual è la loro situazione oggi?
«Dall’inizio della guerra tra Israele e Hezbollah, dopo il lancio di razzi del 2 marzo da parte del “Partito di Dio”, la preoccupazione si è diffusa in tutto il Libano, soprattutto nei villaggi cristiani di confine, che si trovano di nuovo di fronte al rischio di sfollamento. Ho posto questo tema tra le mie priorità, avviando contatti per evitare lo sfollamento degli abitanti e permettere loro di restare nelle loro terre. Ho aperto canali diretti con le comunità locali e con alti funzionari USA, sottolineando che si tratta di civili pacifici che vogliono solo vivere in sicurezza nelle proprie case. Ho ricevuto garanzie dagli Stati Uniti che gli abitanti possono restare nei loro villaggi, a condizione che non vi siano al loro interno elementi legati a Hezbollah. Ho inoltre chiesto di rafforzare la presenza dell’esercito per impedire l’ingresso di elementi armati».

Lei ha combattuto in Libano contro fazioni siriane, palestinesi e socialiste, nonché contro Hezbollah. Israele avrebbe potuto agire diversamente oppure no?
«Quando Hamas ha lanciato l’operazione “Alluvione di Al-Aqsa” il 7 ottobre 2023, Hassan Nasrallah ha annunciato una “guerra di sostegno” a Gaza, aprendo di fatto il fronte. Dunque, gli scontri militari ebbero inizio come conseguenza della decisione di Hezbollah di aderire al conflitto.
Prima, lo scontro con Israele era limitato al piano politico e mediatico e nel 2022 era stato raggiunto un accordo sui confini marittimi, coinvolgendo anche Hezbollah. Pertanto, la responsabilità principale dell’estensione della guerra ricade sul “Partito di Dio”. Abbiamo cercato di fermarla proponendo due conferenze a Meerab per chiedere l’applicazione delle risoluzioni 1701, 1559 e 1680, ma Hezbollah ha rifiutato. La richiesta è semplice e chiara: attuare le decisioni già prese. L’“Incontro di salvezza nazionale” a marzo ha portato alla formazione di un comitato di follow-up per la loro attuazione. Anche dopo l’accordo del 27 novembre 2024, che prevedeva il monopolio dello Stato sulle armi e lo scioglimento dell’ala militare di Hezbollah, non hanno rispettato gli impegni e si sono uniti alla “guerra di sostegno” all’Iran il 2 marzo scorso, causando ulteriore morte e distruzione».

 



Chi sta attualmente vincendo la guerra che coinvolge l’Iran e quando pensa che finirà?
«L’Iran si trova in una posizione precaria. Ha subito attacchi che hanno colpito gran parte del suo arsenale nucleare e missilistico, i suoi alleati regionali sono stati indeboliti e oggi solo Hezbollah combatte al suo fianco. La situazione non si risolverà finché Teheran non abbandonerà il programma nucleare e non limiterà le sue attività ostili nella regione».

Lei chiede da tempo il disarmo completo di Hezbollah. Dopo i colpi subiti negli ultimi due anni, ritiene che il principio del monopolio statale delle armi possa finalmente essere imposto?
«Sì. Il governo libanese ha già preso decisioni chiare per il disarmo e il divieto delle attività militari di Hezbollah. Ora non servono nuove decisioni, ma l’attuazione concreta e urgente di quelle già adottate, perché non vi sono più giustificazioni per non agire».

Ritiene ancora legittima l’esistenza di Hezbollah come partito politico?
«La sua permanenza nella vita politica dipende dal rispetto della Costituzione libanese, delle risoluzioni internazionali e delle decisioni governative. Se insiste nel proseguire la guerra contro la volontà del governo di cui fa parte, diventa logico escluderlo dalle istituzioni politiche e considerare di metterlo al bando politicamente».

 



Qual è oggi il livello di consenso popolare di Hezbollah?
«La sua influenza è diminuita significativamente. Non ha più veri alleati a livello nazionale e combatte isolato. Anche all’interno della sua base si nota un chiaro calo di consenso».

Hezbollah sta esaurendo le armi o possiede ancora un arsenale significativo?
«L’Iran non riesce più a fornirgli armi come prima. Le vie di approvvigionamento terrestre attraverso la Siria sono chiuse e vi è uno stretto controllo aereo e marittimo. Dunque, Hezbollah è isolato sul piano logistico ed è in una fase di declino militare».

Qual è oggi la sua posizione su Israele?
«È Hezbollah che ha portato il Libano a ritrovarsi a faccia a faccia con Israele. La priorità oggi è impedire che il Libano venga usato come piattaforma militare, controllare i confini e ristabilire l’autorità dello Stato».

Ritiene che sia giunto il momento di abolire la legge che vieta ai libanesi il contatto con gli israeliani?
«È giunto il momento di voltare pagina rispetto al golpe in corso contro lo Stato dal 1990. È impossibile ripristinare la stabilità prima che lo Stato libanese torni a essere un vero Stato, in grado di detenere il monopolio della forza e delle decisioni sovrane».

Quale messaggio desidera inviare al governo italiano?
«La comunità internazionale, inclusa l’Italia, che è un Paese amico del Libano e del suo popolo, dovrebbe sostenere lo Stato libanese affinché possa esercitare pienamente la sua sovranità sul territorio».

Come giudica gli sviluppi nei negoziati Libano-Israele gestiti dagli USA?
«La sfida fondamentale per il governo libanese, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco di dieci giorni, è dimostrare la propria responsabilità e procedere senza esitazioni nell’attuazione del disarmo di Hezbollah. È una responsabilità storica. Questi dieci giorni sono un’opportunità cruciale per eliminare le cause profonde che hanno portato alla guerra e impedire un’ulteriore escalation».

 

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