Capezzone: alla mercé di Pechino. Un suicidio anche economico
«Italia alla pechinese», titolava ieri Il Tempo con amara ironia. No, amici lettori: non era solo una polemica politica verso tre ex premier (Prodi, D’Alema, Conte), verso tre quotidiani (Corsera, Stampa, Repubblica), e verso una galassia di poteri e forze organizzate che sembrano a volte più sensibili all’interesse geopolitico di Pechino che a quello italiano. No: c’è anche una ricaduta economica più diretta sudi noi, sull’industria italiana, sui posti di lavoro che possono saltare, sui settori che rischiano di essere messi in ginocchio. L’avete vista la vicenda dell’Electrolux, con l’azienda scandinava di elettrodomestici che minaccia nelle Marche 1700 licenziamenti? Una mazzata terribile: ma occorre raccontare che l’attuale proprietà è già pronta a vendere ai cinesi. I quali cinesi (approfittando degli errori europei: dallo sciagurato Green Deal agli Ets) si sono prima trovati in una situazione di superiorità energetica, e ora anche in una condizione di vantaggio produttivo. Le loro imprese (che non hanno vincoli né salariali né sindacali, e che usano allegramente il carbone, altro che ambiente... ) sfornano prodotti a costi irrisori. E di conseguenza sono irrisori anche i prezzi di quelle merci.
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Leggete oggi il nostro Filippo Caleri, e guardate il confronto dei prezzi tra elettrodomestici «europei» e concorrenza cinese, tra auto «europee» e auto cinesi. I prodotti di Pechino costano spesso circa la metà. Morale: i cinesi prima hanno usufruito dei vantaggi che stupidamente l’Ue ha offerto loro, e adesso ci invadono. Rilevano le nostre aziende e le svuotano. E travolgono i nostri mercati con le loro merci. Davanti a questo disastro, fa ridere (o piangere) che gli artefici politici della situazione attuale (tutti a sinistra) si propongano anche come risolutori dei danni da loro stessi creati. Ciò che emerge in modo spettacolare è l’assoluta, totale, sistemica perforabilità delle istituzioni Ue da parte dei regimi autoritari. I gargarismi sullo «stato di diritto», le giaculatorie sul «sogno europeo», i «ci vuole più Europa» suscitano amare risate nel momento in cui ci si ferma a ragionare sulle performance europee nei confronti di Pechino (o anche di Mosca e di Teheran). E non c’è nemmeno bisogno di trovare bonifici o mazzette, o chissà quali intrecci opachi. È stata l’Ue a trazione tedesca a creare una pressoché totale dipendenza energetica europea rispetto a Mosca. E’ stata ancora l’Ue, con la sconsiderata crociata ecofondamentalista, a ripetere l’operazione a favore della Cina, come abbiamo visto. Ed è stata sempre l’Ue a dare legittimazione alla teocrazia di Teheran, non di rado con lo sfacciato paradosso di signore progressiste dedite (qui) a fare comizi pro diritti e pronte (lì) a velarsi e inchinarsi davanti ai tiranni iraniani.
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Può darsi che tutto ciò sia avvenuto spontaneamente, e sia solo frutto di cecità politica. Ma sorge il fondato dubbio che almeno una parte di questo disastro politico sia avvenuta «spintaneamente», con questo o quel regime capace di (o per lo meno convinto di poter) ammorbidire-acquisire-piegare un certo numero di decisori a Bruxelles e nelle nostre capitali. Se ne può parlare o no?
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