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Capezzone su Trump: ingombrante e urticante, ma inaggirabile

Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone
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Devo forse elencarvi i difetti di Donald Trump? A quel punto, dovrei mettermi a scrivere adesso senza smettere più fino al pomeriggio di oggi. Egotico-egocentrico-egoriferito; abrasivo e inutilmente offensivo anche in circostanze non necessarie; più incline a suscitare rabbia (tra i nemici e pure tra gli amici) che non sentimenti costruttivi; auto-rinchiuso in una dimensione estetica e di comunicazione oscillante tra le chiassate di Wrestlemania e le bravate di un ragazzino su TikTok. Non solo: diversamente da leader del passato (Reagan e Thatcher) che seppero aiutare, in tutto l’Occidente, la nascita di una nuova leva di personalità conservatrici, oggi Trump rischia di risultare «radioattivo» anche per chi gli sta vicino. Già mesi fa, due promettenti candidati premier di centrodestra (in Canada e in Australia) hanno perso le elezioni a causa delle sue operazioni sui dazi. Insomma, Trump è letteralmente una lama senza manico: come lo tocchi, rischi di farti male.

 

 

Ciò detto, però, occorre fermarsi un attimo a riflettere su almeno tre punti. Primo: è totalmente insensato che l’Europa cerchi di trasformarlo nel caprone espiatorio dei nostri errori e difetti. Non è colpa di Trump se abbiamo rinunciato a dotarci di una difesa adeguata. Non è colpa di Trump se non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico. Non è colpa di Trump se, a forza di ingabbiare-tassare-regolare, ci siamo tagliati fuori dalle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica. Non sono colpa di Trump né il Patto di stabilità né il Green Deal. Secondo: piaccia o no, Trump ci sarà almeno fino al 2028. E regolarci come se lui non ci fosse è semplicemente stupido. Terzo: i nemici di Trump sono gli stessi nemici del centrodestra italiano. Mi riferisco alla galassia ProPal e alle sue propaggini filo-terroristiche; al mondo politicamente corretto che ha dominato i media (e continua a farlo), e sogna di trattare come «mostri» e come «fascisti» qualunque avversario di centrodestra; ai referenti in Occidente delle potenze autoritarie, a partire da Pechino.

 

 

Ecco perché può essere comprensibile (e a volte necessario) prendere le distanze tatticamente dal tycoon quando esagera: ma, strategicamente, non bisogna perderlo di vista. Nella recente contesa tra Washington e Berlino, è stato il cancelliere tedesco Merz a dover fare precipitosamente retromarcia; la stessa visita di Marco Rubio (a Roma e in Vaticano) non è l’arrivo di un signore con il cappello in mano, ma è un’opportunità di riprendere il dialogo che Washington offre. Tutto andrà valutato pragmaticamente, alla luce dell’interesse nazionale italiano: ma partire con un pregiudizio negativo sarebbe un errore. La sinistra non chiede di meglio: imporre a tutti la propria narrazione (come già fa in tv a reti unificate), sensibile alle veline di Teheran e di Pechino, pronta com’è a spostare l’Italia sull’asse geopolitico sbagliato, più lontano dall’Occidente e più vicino alle potenze autoritarie. Almeno tre ex primi ministri sono già impegnati in quella direzione pericolosa. Non facciamoci ingannare.

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