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Lo scandalo dei pm contro l'Antimafia. Immaginate a parti invertite...

Appena si cita l'inchiesta «mafia e appalti» a qualcuno saltano i nervi. Se al posto di Colosimo ci fosse stata la Bindi di turno cosa sarebbe accaduto?

Daniele Capezzone
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Provate a fare un esercizio di immaginazione dopo lo scoop di ieri mattina de Il Tempo. Pensate se fossero stati non Gian Carlo Caselli e Gioacchino Natoli ma magari due (ex) magistrati di opinioni ben diverse dalle loro, magari conservatori o liberali, a pronunciare al telefono parole sprezzanti verso i familiari di Paolo Borsellino e verso la Presidente della Commissione Antimafia (non la Chiara Colosimo di oggi ma, che so, la Rosy Bindi di un’altra stagione politica). Così come pensate, con riferimento a episodi già noti, se fossero stati due magistrati «di destra», uno dei quali parlamentare e membro dell’Antimafia stessa, a essere nell’occhio del ciclone per il sospetto di aver contribuito a «preparare» l’audizione di un ex collega davanti a quella stessa Commissione.

Immaginate a quel punto le reazioni: aperture di tutti i giornali, mega-scandalo, almeno sei puntate di Report, grillini per protesta appesi come Tarzan ai lampadari di Palazzo San Macuto. E invece no, stavolta regnano l’imbarazzo e il silenzio, lo stesso mutismo che accompagna da anni il lavoro delprocuratore di Caltanissetta De Luca, autore di splendide audizioni in Commissione Antimafia, anche a seguito della meritoria attività della presidente Colosimo. Ma perché sono tutti così nervosi? Mettetevi comodi e proviamo a capirlo insieme. Le rivelazioni in Antimafia, in primo luogo ma non solo da parte del procuratore De Luca, smontano trent’anni di balle (le presunte piste nere, oltre alla narrazione di comodo di alcuni magistrati, politici e giornalisti che a questo punto dovrebbero vergognarsi di pronunciare le parole «Falcone» e «Borsellino») e soprattutto fanno capire la reale posta in gioco, quella che si è voluta occultare per troppo tempo. Andiamo al punto: quel che conta è un nodo che potrebbe portare alla riscrittura integrale di un autentico turning point della storia italiana, e cioè l’anno 1992.
La chiave sta in quel dossier mafia-appalti costruito dal Ros dei Carabinieri (il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno), oggetto della straordinaria attenzione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Cosa se ne ricava? In quell’anno l’attenzione era concentrata (a Nord) sull’inchiesta Mani Pulite, il cui esito è oggi chiaro: per una ragione o per l’altra, ne uscirono a pezzi le forze del pentapartito, mentre (con circoscritte eccezioni milanesi) ne risultò pressoché completamente indenne il Pci-Pds-Ds, che non a caso, a inizio 1994, si sentiva pronto a conquistare tutto con la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, fermata- come si sa - solo da un benedetto imprevisto della storia, e cioè dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, capace di unire alla sua forza personale la trovata della costruzione di una coalizione di centrodestra. 


Ma non facciamoci distrarre dal 1994 e torniamo al 1992. Perché Mani Pulite, diciamo così, non riuscì a superare lo Stretto di Messina? La risposta più solida a questo interrogativo sta proprio nell’inchiesta mafia-appalti. È possibile ritenere che, se si fosse scavato a fondo anziché affossare l’inchiesta, sarebbe venuta fuori una connessione non episodica tra corruzione partitica, grandi imprese, cooperative (incluse quelle rosse) e poteri criminali? La risposta più probabile a questa domanda è sì. Capite bene che la più recente storia d’Italia sarebbe stata significativamente riscritta. Primo: sarebbe stato ben difficile evocare la diversità morale della sinistra ex comunista. Secondo: settori della grande impresa italiana non avrebbero potuto raccontare a se stessi e al paese la favola dell’essere stati rapinati dal sistema dei partiti attraverso Tangentopoli.


Non a caso quel dossier e la relativa indagine restano un enigma. Perché il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco telefonò a Borsellino, per affidargli l’inchiesta, all’alba della domenica in cui il magistrato fu ucciso? Non poteva vederlo il giorno dopo? E perché poi ci fu una corsa affannosa per affossare l’indagine? Perché a Giammanco, morto nel 2018, non furono chieste spiegazioni? Dalla risposta a queste domande passa un’«esigenza» che assai probabilmente molti avvertirono come impellente: criminalizzare Mori e De Donno, isolarli, costruire il grande racconto mediatico e giudiziario della «trattativa», usare quella potente e fumosa narrazione per nascondere il resto. E tra le cose da nascondere c’era forse quanto era accaduto (e quanto non si volle far accadere) presso la procura di Palermo. 


I lettori comprenderanno che - a questo punto - a essere messa in causa è una intera filiera giudiziaria (alcuni protagonisti sono transitati in politica, come si sa) e giornalistica, con annidi racconti televisivi. Toccherà a loro- se saranno in grado di farlo- balbettare qualche spiegazione. Più probabile che sperino nel gran lavacro del silenzio, della distrazione, dell’oblio: le tesi del procuratore De Luca sono troppo imbarazzanti per loro.


Ed è per questo che ogni volta che si riparla dell’inchiesta «mafia e appalti», certi signori non riescono più a controllare i nervi. C’è da fare i complimenti alla Commissione Antimafia e alla presidente Chiara Colosimo, oltre che ai membri più combattivi della Commissione stessa, a partire (ne cito uno) da Maurizio Gasparri. E, su un altro piano, sarebbe molto importante se Antonio Di Pietro volesse raccontare alcune cose: è convinto che Raoul Gardini si sia davvero suicidato alla vigilia dell’interrogatorio previsto a Milano? E, se sì, c’entra qualcosa l’indagine che ha poi segnato la vita di Mori e De Donno?

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