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Israele-Palestina, due popoli e due stati è un'equazione impossibile

Riccardo Mazzoni
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Lo slogan «due popoli e due Stati» non è mai stato irrealistico come ora. Per chi nutrisse ancora illusioni, basta mettere insieme una serie di tasselli che dimostrano come ricomporre il puzzle sia impossibile. Hamas è in ginocchio, settemila miliziani sono stati uccisi e insieme a loro 90 dirigenti, mentre Sinwar è braccato nei tunnel e il suo destino sembra segnato. Eppure l’ex ministro degli Interni Fathi Hammad in un’intervista televisiva ha detto che i palestinesi «sono sempre stati combattenti in tutta la storia e ora si preparano a liberare Gerusalemme e la moschea al-Aqsa per costituire un Califfato. Gerusalemme sarà la capitale non solo della Palestina e di uno Stato indipendente, ma di un Califfato islamico». Gli ha fatto eco il ministro degli esteri iraniano Amirabdollahian: «L’unica cosa che condividiamo con Israele è che anche noi non crediamo nella soluzione dei due Stati». Il regime degli ayatollah vorrebbe un referendum per determinare il futuro della Palestina in cui gli unici aventi diritto saranno «i discendenti di coloro che hanno vissuto nel territorio prima del 1948», cioè solo gli arabi, come se prima del ’48 non ci fosse stata storicamente traccia di ebrei in Medio Oriente. Per Teheran, dunque, Israele sta solo occupando la terra palestinese e non ha semplicemente diritto di esistere, una posizione codificata in «Palestina», libro dell’ayatollah Khamenei, la Guida Suprema sciita iraniana che auspica la distruzione del «regime sionista» delineando un piano per cancellare Israele dalla carta geografica.

 

 

Khamenei usa tre parole-chiave: nabudi (annientare), imha (dissolvere) e zaval (cancellare). L’obiettivo è promuovere «l’egemonia dell’Iran» per rimuovere «l’egemonia dell’Occidente». Il grande ayatollah ha perfino l’arroganza di sostenere che queste idee non sono antisemite, ma fondate su «principi islamici ben consolidati» per cui Israele è adou (nemico), doshman (avversario) e un «tumore canceroso», alleato del Grande Satana americano che conduce una guerra per sopraffare «il cuore della ummah» occupando Gerusalemme. Il piano di Khamenei non comporta una «guerra classica», quanto una lunga guerra a bassa intensità che mira a «logorare» la resistenza degli israeliani e della comunità internazionale. L’obiettivo tattico è di rendere la vita in Israele tanto difficile da costringere gli israeliani ad andarsene volontariamente per sottrarsi alle minacce che incombono sudi loro, e il pogrom del 7 ottobre è stato probabilmente il primo atto di questa strategia. Ma Khamenei va oltre, e punta a indurre la comunità internazionale a «non poterne più di Israele» fino al punto in cui l’Occidente abbandonerà Israele e gli ebrei al loro destino. Anche in questo caso la strategia iraniana, perfettamente sovrapponibile agli attacchi di Hamas, sta già producendo i suoi frutti avvelenati, basta considerare la crescita dell’antisemitismo a livello mondiale e la deriva delle università americane ormai prone all’islamismo radicale.

 

 

Per non parlare dell’Onu, il cui segretario generale si è addirittura avvalso dell’articolo 99 per richiamare il Consiglio di sicurezza sulla crisi di Gaza e sulle conseguenze «devastanti» dell’offensiva israeliana, mentre non ha speso una parola, ad esempio, sulle sofferenze imposte da Putin al popolo ucraino. Infatti l’Iran ha espresso la sua gratitudine a Guterres per aver chiesto una risoluzione sul cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza «per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Ma l’unica pace che si intravede dietro questa trama è quella che porterebbe alla sostituzione di Israele col Califfato, ed è questa la minaccia che incombe non solo sullo Stato ebraico, ma sull’intero Occidente. Restano troppe ombre e troppe incognite, dunque, sulla soluzione due popoli e due Stati: dopo il pogrom del 7 ottobre è un’equazione impossibile, perché se anche Hamas venisse annientata rinascerebbe con altri leader e sotto altre forme.

 

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