L'immigrazione non è più una questione solo italiana
La visita del presidente Giorgia Meloni in Libia è rilevante per l’accordo da 8 miliardi che avvia un progetto strategico teso a favorire la produzione di gas per rifornire il mercato interno libico, oltre a garantire i volumi esportati in Europa. Ma è una visita importante, non secondariamente, per la questione immigrazione. Una missione diplomatica in uno dei Paesi chiave rispetto alle rotte mediterranee, che mette in evidenza ciò su cui è necessario concentrarsi per regolarle. Parliamo degli accordi bilaterali che sono realmente uno dei pochi efficaci strumenti per rendere sostenibili i flussi migratori che, senza il contributo dei Paesi da cui si originano, rischiano di mantenere le qualità che li hanno caratterizzarti negli ultimi anni, vedendoli spesso ingestibili e sregolati. Siamo qui a ribadire che un’immigrazione regolata è quella che permette di garantire condizioni di vita dignitose agli ospitati e sicurezza agli ospitanti. Permettendo, a queste condizioni, di costruire e mantenere quella convivenza pacifica che oggi viene solo sbandierata da chi fa della questione una battaglia ideologica, legata a interessi tribali, di parte, e non a un benessere collettivo che possa toccarsi con mano. Perché questo si realizzi, deve sussistere una condizione non sufficiente, ma assolutamente necessaria: la collaborazione tra quei Paesi, europei, che vedono nella solidarietà non solo un valore fondante, ma anche un punto fermo e ricorrente nelle agende di governo.
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I primi passi della nostra nuova politica e le recenti parole di Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo, danno segnali confortanti rispetto allo sviluppo di questo discorso nella giusta direzione: sull’immigrazione l’Italia, fino a tempi recenti spesso abbandonata a sé stessa, trova interessanti, e indispensabili, fronti di cooperazione in Europa. I flussi migratori non sono un questione nazionale, ma un fenomeno assolutamente comunitario. E come tale va regolato. Gli ingressi irregolari dalla Libia sono ancora alti, oltre il 50% del totale. È qui che cadono le argomentazioni buoniste del «vale tutto»: contrastare questi flussi significa non sacrificare vite umane, ma tutelarle. Significa combattere pratiche ignobili come il traffico e la tratta di esseri umani.
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Le regole da applicare a questi flussi sono la vera garanzia di condizioni civili per i migranti e di una loro integrazione, vera, presso nei Paesi d’arrivo. Serve operare in una cornice di regole con caratteristiche precise: disciplina dei numeri e accordi diplomatici condivisi e rispettati. Non c’è Ong che tenga. Lo stesso Weber si è pronunciato sulla necessità di un «codice di condotta» cui anch’esse devono attenersi, per il bene di tutti. Operare al di fuori del diritto significa rischiare di ledere i diritti di coloro che solo una coltre ideologica e tribale s’illude di dichiarare, in questo modo, tutelati.
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