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Emergenza sicurezza, la prevenzione è sempre la risposta più efficace

Mario Benedetto
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E' un caso di cronaca delle scorse ore a doverci portare a riflettere. E trattandosi di una di quelle notizie che rimangono sullo sfondo del dibattito, vale la pena spostarci un fascio di luce e dedicarle buona parte della nostra attenzione. Si tratta di notizia che colpisce proprio per la sua natura e la sua modalità, evidentemente «tribali». Aspetti che sono la sintesi perfetta di alcune emergenze sociali che, parallelamente a quelle economiche, sono da affrontare a stretto giro. Da parte di tutti noi, con i nostri comportamenti, e da parte di chi determina il nostro futuro, ovvero il nostro Governo.

Parlo di un omicidio. E su questo mi soffermo intanto per una prima considerazione: persino un gesto estremo e grave come la perdita di una vita finisce per non fare notizia. Tratto grave di una società evoluta e civile come si ritiene, a ragione, la nostra. Parlo dell’omicidio di un cittadino peruviano di 41 anni avvenuto del pieno centro di una città come Genova. Ma quel che più colpisce e allarma riguarda due altri aspetti del gesto di violenza estrema: le ragioni che lo hanno generato, la modalità con cui è stato consumato. Rispetto al primo punto, l’aggressore, un genovese di 63 anni, ha dichiarato ai carabinieri di essere stato infastidito da un litigio avvenuto in strada, con urla arrivate sino alla sua abitazione. Motivo per cui, e arriviamo al secondo punto, l’uomo ha imbracciato una balestra armata di dardo – avete capito bene, in pratica un moderno arco con la freccia – che ha scagliato contro il molestatore. Ferendolo mortalmente.

Da questo scaturiscono, come detto, una serie di riflessioni sulla nostra situazione «sociale». Le indagini sicuramente offriranno ulteriori elementi per circostanziarle, ma intanto possiamo evidenziare che la convivenza, non solo tra etnie ma tra persone e concittadini, sia afflitta da una conflittualità spesso preoccupante. L’insofferenza, nelle grandi città, è evidente in ogni vicolo e momento della quotidianità. Esiste una questione di convivenza pacifica da migliorare. Dai gesti d’insofferenza più ordinari, che è già brutto definire così, a quelli più estremi come quello oggetto di questa analisi, un po’ amara. La pandemia ha dato il suo contributo, la crisi economica acuisce tensioni e disparità che, nel caso dell’integrazione di altre etnie, si ripercuote negativamente su una pacifica convivenza, spesso solo apparente.

Abbiamo denunciato più volte, dati alla mano, la situazione d’insicurezza e di conflittualità triviale in cui versano molte città italiane. Esiste una emergenza sicurezza nelle città: riconoscerlo è il primo passo, necessario, per porre rimedio. Il caso eclatante di Civitanova Marche ha reso evidente questo, come anche altri aspetti che sono collegati a casi di cronaca, come potrebbe essere anche per quest’ultimo di Genova. Gesti di questo tipo possono nascondere anche disagi psicologici. Allora è giusto e doveroso punire con la giusta e massima severità i responsabili, ma anche chiedersi: sono tragedie che possiamo prevenire? Non chiederselo, e non trovare soluzioni, sarebbe da vere e proprie tribù che, nonostante i gesti che ne ricordano a volte la derivazione, fanno parte di uno stadio evolutivo ampiamente passato per una democrazia, una società civile, come quella che intendiamo tenerci stretta. E magari migliorare.
 

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