«Il Cremlino non rinuncerà mai alla sua ambizione di ricostruire l’impero russo e dominare l’Europa orientale. L’unico modo per impedire una nuova guerra è essere pronti a combatterla». È questo l’allarme lanciato da Sir Richard Shirreff, generale britannico, già vicecomandante supremo alleato in Europa della Nato (2011-2014), comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps e delle forze multinazionali in Iraq, e autore di «War with Russia» (Coronet Books).
Generale, il rapporto transatlantico sta attraversando una crisi temporanea o una trasformazione irreversibile?
«È una rottura fondamentale con l’America che conoscevamo, provocata da Trump e dal suo comportamento, destinato a peggiorare nei prossimi due anni. Washington non è più un garante della sicurezza europea. Le minacce alla Groenlandia, territorio di un alleato Nato, e al Canada lo dimostrano. La difesa occidentale come esisteva prima di Trump è ridotta a brandelli. La Nato ora deve trasformarsi gradualmente in una alleanza di potenze medie, in cui Europa e Canada devono rafforzare le proprie capacità e compensare il disimpegno americano, mantenendo però i rapporti con gli Stati Uniti».
Dopo anni di perdite in Ucraina, Putin può ancora attaccare la Nato?
«Bisogna partire dalle intenzioni. La Russia ragiona come un impero. Putin si ispira agli zar e a Stalin. Non rinuncerà a incorporare l’Ucraina né a dominare l’Europa orientale. E dobbiamo riconoscere che siamo già in guerra con la Russia: non una guerra convenzionale per l’Europa, ma una guerra fatta di sabotaggi, spionaggio, assassinii, propaganda e interferenze elettorali».
Ma le forze russe non sono logorate?
«Sono logorate in Ucraina. Sarebbe difficile per Mosca lanciare una grande offensiva contro la Nato. Ma non ne ha bisogno: potrebbe occupare le Spitsbergen, un territorio norvegese dove lavorano minatori russi. Questo perché non richiederebbe una grande operazione. La Nato entrerebbe in guerra per quelle isole? Sarebbe una decisione difficilissima. Dobbiamo impedire pertanto che questa guerra occulta diventi convenzionale e per farlo dobbiamo aumentare la credibilità della nostra deterrenza».
Quale pace sarebbe accettabile per l’Ucraina?
«Un cessate il fuoco duraturo sarà possibile soltanto con la sconfitta della Russia e la rimozione di Putin dal potere. Finché resterà al Cremlino, la guerra continuerà. Serve uno shock strategico capace di farlo cadere. Oggi Europa, Canada e Nato non hanno una strategia per sconfiggere Mosca: si limitano ad aiutare Kiev a difendersi. Non basta».
Che cosa dovrebbe prevedere questa strategia?
«Anzitutto la difesa aerea: Putin vuole infliggere sofferenze tali da costringere gli ucraini a chiedere la pace. La Nato dovrebbe organizzare un’operazione per abbattere droni e missili da crociera sopra l’Ucraina occidentale e centrale. Poi bisogna finanziare su larga scala l’innovazione ucraina: droni a lungo raggio, veicoli autonomi, carri robotizzati. Gli ucraini sanno combattere e innovare; hanno però bisogno di denaro. E servono sanzioni economiche e misure finanziarie capaci di colpire davvero la Russia».
Lei ha usato parole durissime per l’accordo di Trump sull’acquisto di gasolio russo.
«È un atto infame, per gravità non molto lontano dal patto Ribbentrop-Molotov del 1939. Un tradimento: il presidente americano conclude per il proprio tornaconto elettorale un accordo con il capo di uno Stato nemico della Nato e dell’America, che ha sostenuto l’Iran nell’uccisione di soldati americani. Ora l’Europa deve mostrare il coraggio morale che finora è mancato, accettando sacrifici per non acquistare petrolio e gas russi».
L’immigrazione può diventare uno strumento di destabilizzazione nelle mani delle autocrazie e dell’islam politico?
«Assolutamente sì. Abbiamo visto la Russia utilizzare l’immigrazione come strumento di pressione. Occorre stabilizzare gli Stati fragili del Sahel e del Medio Oriente, ma anche adottare misure molto più incisive contro l’immigrazione illegale, che sta minando la coesione e sicurezza delle società europee».
E il Mediterraneo? La Nato rischia di sottovalutare il proprio fianco meridionale?
«Assolutamente sì. Concentrarsi esclusivamente sulla minaccia russa nell’Europa orientale significa perdere di vista le sfide del Mediterraneo. Da oltre dieci anni insisto sull’importanza di stabilizzare il Sahel e l’Africa. L’instabilità e il collasso degli Stati producono enormi flussi migratori, con migliaia di persone che muoiono attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. È una sfida che riguarda particolarmente l’Italia. Intanto la Russia sta estendendo la propria influenza lungo la cosiddetta cintura dei colpi di Stato, dal Sudan al Mali, al Niger e al Burkina Faso, attraverso l’Africa Corps e il controllo di risorse strategiche. Stabilizzare queste regioni deve diventare una priorità della Nato, attraverso una strategia che assegni risorse e responsabilità precise ai diversi alleati».
Quale ruolo potrebbe svolgere l’Italia del governo Meloni in questa nuova strategia di sicurezza europea?
«Mi aspetto che l’Italia, con le sue importanti forze armate, assuma un ruolo di primo piano nella Nato, riconoscendo la natura delle minacce che l’Alleanza deve affrontare e contribuendo concretamente alla deterrenza occidentale. L’Italia sarebbe inoltre un attore fondamentale in qualsiasi strategia alleata volta a sostenere l’Ucraina nella sconfitta della Russia».
La crisi del Mar Rosso e gli attacchi degli Houthi minacciano le rotte commerciali strategiche. Come garantire la libertà di navigazione?
«Gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra senza valutarne le conseguenze, dalla chiusura di Hormuz alla minaccia degli Houthi, creando un caos che coinvolge anche noi. La Nato deve difendere le proprie rotte marittime, ma oggi scortare le petroliere non basta: un drone può essere lanciato da duecento chilometri di distanza. Occorre sostenere militarmente gli yemeniti contro gli Houthi, anche attraverso forze speciali, recuperando l’esperienza britannica in Oman negli anni Settanta. Non possiamo lasciare che Iran e Houthi controllino le nostre rotte vitali».
