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Tra i cristiani pentecostali di Roma: “Non esiste perdono”

A Tor Tre Teste il tempio della comunità degli «zaccardiani». Regole severe e segretezza: «Abbiamo detto addio al mondo». Ai fedeli vietati film, tv, musica, feste ed eventi. Ma anche sposarsi con «esterni»

Dopo i canti accompagnati da archi e ottoni la ragazza si alza in piedi. Avrà venticinque anni, la voce tremante e la «erre» arrotata: «Grazie al Signore perché tre anni fa in questo luogo ho detto addio al mondo». Ha il capo coperto da un velo bianco, come tutte le donne nella navata destra del tempio, speculare a quella degli uomini. Nel mezzo della lode inizia a «parlare in lingue», a pronunciare frasi incomprensibili e orientaleggianti. È una delle cosiddette manifestazioni dello spirito santo così frequenti tra i cristiani pentecostali. È una domenica sera di ottobre e siamo a Roma, nel tempio degli zaccardiani, chiesa conservatrice e radicale del cristianesimo di derivazione americana.

Si tratta di un culto derivato da quello portato in Italia ai primi del Novecento da emigranti di ritorno da Chicago, dove si erano convertiti alla fede pentecostale. Oggi è un gruppo mimetizzato nella società che non comunica all’esterno e di cui esistono pochissime testimonianze.

«Eravamo morti, nei falli e negli errori, il peccato ci signoreggiava, avendo di cuore ubbidito alla forma della dottrina, per grazia siamo stati salvati», scandisce dal pulpito Sergio Crocetti, «anziano» di riferimento della comunità che tuttavia respinge ogni gerarchia al suo interno e qualsiasi rapporto con le altre chiese.

Alto, asciutto, radi capelli bianchi. Un carisma mite il suo, lontano dall’immaginario americano dei miracoli «in diretta». «La sintesi del nostro credo è semplice. Se compi un peccato mortale dopo che sei stato battezzato oltre a essere dannato sei anche fuori dalla chiesa», ci spiega. In altre parole per gli zaccardiani nessun perdono è possibile, monito che secondo loro poggerebbe su vari insegnamenti contenuti nella Bibbia.

Ma cosa si intende per «peccato mortale» o «peccato a morte»? «La fornicazione e la bestemmia per esempio. Abbandonarsi alle dipendenze. Per queste cose non ci può essere un ravvedimento. Se rapini una banca e poi dici che ti sei pentito dovresti essere perdonato?», argomenta.

Quella dei «santissimi», come vengono talvolta chiamati dagli altri pentecostali, è una chiesa isolata e autonoma che prende origine dagli insegnamenti di Domenico Zaccardi, protestante molisano che nel 1935 fu promotore di uno scisma «rigorista». Fondò una comunità che divenne doppiamente clandestina: per la persecuzione da parte del regime fascista di tutte le chiese pentecostali e per la volontà di separarsi dalla società.

Oggi formalmente la chiesa si chiama Associazione Fede Cristiana Pentecostale e vive di finanziamenti privati. Anche ingenti, come suggerisce l’imponenza del tempio, costruito una decina di anni fa nel quartiere popolare di Tor Tre Teste, incastonato tra un’autoscuola e un meccanico. Una sala da mille posti con pareti bianche decorate da citazioni bibliche e pavimenti in legno. Un piazzale, parcheggi, vari saloni, una cucina, una grande terrazza.

Durante il culto si alternano canti e lamentazioni, testimonianze e letture. Centrale il sermone del predicatore. Ci sono giovani e anziani in egual numero. I primi, come loro stessi ricordano nei loro interventi, sono nati in famiglie «salvate» perché a differenza di altre chiese non viene fatto proselitismo. In abito e cravatta gli uomini, gonna sotto il ginocchio e velo bianco le donne. Secondo gli stessi zaccardiani la comunità conterebbe circa duemila fedeli divisi in una cinquantina di gruppi sparsi per l’Italia, buona parte a Roma e nelle aree interne del Lazio.

Lo stile di vita è radicale e i membri seguono rigidi precetti: divieto di fare foto e possedere immagini, vedere film e televisione, ascoltare la radio o musica non liturgica. I fedeli possono usare il telefono solo per comunicare e internet per informarsi. Concerti, eventi, feste: tutto è vietato così come l’alcol e il fumo. Fino a qualche anno fa alle donne era impedito di guidare, ora da quel che si apprende il divieto è meno rigido. Nessuna deroga, invece, su castità e «modestia», a partire dall’abbigliamento. Il matrimonio è strettamente endogamico: può avvenire solo tra membri della chiesa.

È chiaro perché quella ragazza ha affermato di aver detto «addio al mondo». D’altronde durante il battesimo in acqua lei, come gli altri adepti, ha cantato «il mondo non è più per me». Lo stesso Crocetti confida che i suoi figli non partecipano alla comunità. Attende con ansia e preghiere il loro «risveglio». Il suo è avvenuto a vent’anni, raggiunto improvvisamente dalla «grazia». Indica una cicatrice intorno all’orecchio e racconta di aver ricevuto un miracolo quando aveva sei anni: una massa tumorale sparita improvvisamente.

La regola di vita e il rigore dogmatico hanno attirato agli zaccardiani critiche e sospetti di derive settarie. Isolamento, infallibilità del credo, contrapposizione tra «noi» e «loro» sono alcuni degli elementi comunemente considerati a rischio dagli organismi che si occupano di questi temi. Ce n’è uno in particolare che caratterizza questa comunità: secondo il loro credo non esiste perdono per il peccato grave. Sul pulpito del tempio campeggia un versetto del vangelo di Marco (16,16): «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato». Tornare nel mondo, per loro, equivale a bruciare all’inferno.

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