La prossima scadenza è fissata nero su bianco: 30 settembre 2026, mercoledì prossimo, giorno nel quale si dovrebbe avere un primo responso sul braccio di ferro ingaggiato da Sigfrido Ranucci con la Rai.
Il giudice del tribunale del lavoro di Roma, Donatella Casari, dopo l’udienza tenutasi ieri mattina sul ricorso urgente presentato dal giornalista contro la rimozione dalla conduzione di Report, decisa dalla Rai alla fine dello scorso agosto, ha ritenuto il procedimento cautelare sufficientemente istruito e si è dunque riservata la decisione, dando alle parti il termine per il deposito delle note al 30 settembre.
In viale Giulio Cesare a Roma, sede del tribunale, ieri era presente lo stesso Ranucci, che però non è stato ascoltato, né ha rilasciato dichiarazioni alla stampa al termine dell’udienza. Qualche parola invece l’ha detta Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai, anch’egli presente: «Ero venuto qui come persona informata sui fatti, se il giudice avesse voluto sentirmi», ha detto ai cronisti. Ma anche nel suo caso la sua testimonianza non si è resa necessaria.
Ranucci aveva depositato al Tribunale del lavoro un ricorso d’urgenza il 15 settembre scorso con un duplice scopo: ottenere la sospensione o la revoca del provvedimento ed essere reintegrato immediatamente nelle funzioni di autore e conduttore di Report prima dell’inizio della nuova stagione. Richieste che a molti osservatori sono sembrate discutibili, specie alla luce di quanto è emerso e continua ad emergere dall’indagine in pieno svolgimento sulla bomba esplosa fuori dalla sua abitazione due anni fa (di cui il presunto mandate sarebbe l’«amico fraterno» Valter Lavitola) e della tempesta politico-mediatica che ne è scaturita.
Ciò che il giornalista e i suoi avvocati contestano nell’atto di ricorso si basa su tre pilastri fondamentali: le motivazioni del provvedimento della Rai, ritenute carenti; il demansionamento e la presunta discriminazione ai suoi danni; la richiesta di reintegro alla conduzione in tempo utile per la prima puntata Report.
Nella comunicazione dell’azienda si sarebbe parlato di «situazioni di incompatibilità», di «pressioni sulla redazione» e «percezione di interferenze» a «detrimento della credibilità del programma». Tutte accuse etichettate come «inaccettabili» dallo stesso Ranucci. Al quale, vale la pena ricordarlo, sono state comunque offerte delle alternative professionali considerate dalla Rai di pari valore, che però evidentemente a Ranucci non sono andate a genio.
Alternative che il giornalista avrebbe dovuto accettare o rifiutare entro il 27 settembre, ovvero dopodomani: ma il tribunale, ieri, gli ha concesso una proroga di 30 giorni, rimandano anche questa decisione.
Sulla vicenda è intervenuto anche Daniele Piervincenzi, nuovo conduttore del programma, accolto non proprio con entusiasmo dalla redazione e più volte oggetto delle critiche del suo predecessore. Ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, gli è stato chiesto cosa accadrebbe se Ranucci venisse reintegrato. «Immagino mi caccerà via...», ha risposto laconico Piervincenzi. Che poi ha aggiunto: «Decide la direzione, io sono a disposizione, vado dove mi mandano. Se resto a Report anche con Ranucci sto meglio».
Poi il racconto: «Mi ha chiamato una volta, era molto aggressivo. L’ho invitato a parlare con la redazione per prendere una decisione insieme, ma lui non ha aspettato e ha preferito fare quelle dichiarazioni».
Intanto arrivano notizie sul caso dei procedimenti civili avviati in Zimbabwe tra Lavitola e il «socio africano» Chimutengo sul business dei carbon credits.
Secondo una ricostruzione di Libero, i legali delle due parti starebbero lavorando da circa un mese a un atto di transazione: Lavitola avrebbe dovuto versare 20 milioni di dollari per il 90% delle quote, ma non avrebbe superato le verifiche antiriciclaggio delle autorità zimbabwesi.
Sempre secondo Libero, Chimutengo intende inoltre proseguire nelle iniziative annunciate contro la Rai e Ranucci per l’intervista rilasciata e pubblicata (e poi misteriosamente sparita) dalla testata africana «The Standard».
