Si è aperto due giorni fa, davanti al tribunale correzionale di Parigi, il processo a carico dell’eurodeputata franco-palestinese del partito di sinistra radicale Lfi (La France Insoumise) Rima Hassan, accusata di apologia di terrorismo per un tweet - poi rimosso - in cui venivano riprese le parole di uno degli autori dell’attentato del 1972 all’aeroporto di Tel Aviv.
Sul suo profilo social, Hassan aveva pubblicato una citazione attribuita a un combattente giapponese della causa palestinese: «Kozo Okamoto: Ho dedicato la mia giovinezza alla causa palestinese. Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dover»“.
Pubblicato il 26 marzo, il messaggio della giurista - che conta 420.000 follower - è stato immediatamente segnalato alla procura dal ministro dell’Interno, e successivamente dall’Organizzazione ebraica europea (Oje) e dalla Licra. L’iniziativa ha portato, una settimana più tardi, a un fermo di polizia che ha suscitato grande clamore mediatico. Secondo Vincent Brengarth, avvocato di Rima Hassan, «si cerca di farla tacere perché le sue posizioni risultano scomode, con motivazioni politiche sottostanti».
Hassan - che il 5 ottobre, in occasione di una mostra al Parlamento europeo dedicata all’attacco del 7 ottobre 2023, era stata accusata di aver rovesciato bandiere israeliane ed europee - al suo arrivo in tribunale, come prima cosa ha adagiato la sua kefiah sullo schienale del banco degli imputati.
In un’aula quasi gremita, si è trovata di fronte a una decina di avvocati in rappresentanza di organizzazioni di Licra, di Oje e dell’Osservatorio ebraico di Francia, costituitisi parte civile nel procedimento.
Inizialmente fissato per luglio, il processo era stato rinviato su richiesta della difesa, che aveva denunciato un «afflusso di costituzioni di parte civile» giunto all’ultimo momento. Ste. Car.
